SULLA LINEA DI COMBATTIMENTO

Si dice che prendere posizione e fare chiarezza in certi momenti sia opportuno e utile. Bene, questo è uno di quei momenti. La questione che ci interessa affrontare, limitatamente agli spazi e ai limiti di un giornale, è lo sviluppo e le contraddizioni della lotta armata comunista nel nostro paese. L’occasione ci viene data dai fatti di Genova e Milano, o meglio dalle dipartite di un lavoratore «qualificato» del Pci e di un amministratore «equo» della giustizia capitalistica; cioè da due azioni di combattimento contro esponenti del revisionismo operaio nostrano.
A noi quelle due azioni non vanno bene. Non tanto per la fine di due impiegati della macchina sociale di controllo antiproletario, quanto, appun­to, per le dimensioni, lo stato di salute di questa macchina e le sue articolazioni dentro la società civile. Ci interessa, quindi, iniziare a ragionare sulle posizioni politiche dei compagni del “«partito combattente».

PRIMO PUNTO – Se per noi, come per questi compagni, l’elemento essenziale per la rottura dell’opportunismo e per la fuoriuscita da linee politiche revisioniste, per decenni se non da sempre presenti e dominanti nel movimento operaio, come per un’ipotesi possibile di potere operaio rivoluzionario, sta, questo elemento, nella scelta di campo della lotta armata; altresì, da questa acquisizione teorica e pratica per noi irreversibile, ne discende il problema di come la lotta armata si organizza all’interno di una prospettiva storica di liberazione dallo sfruttamento capitalistico.
Infatti, se il nemico di classe fa derivare il suo potere, la sua dittatura sociale dall’esercizio del comando sul lavoro, questo comando non è alimentato unicamente dalla forza militare, ma anche da una qualità sociale e di massa di tale forza.
All’enorme mostruosità dell’apparato burocratico-militare dello Stato Capitalistico Multinazionale si accompagna la complessità dei rapporti di classe, tra le classi, in un paese a tardo capitalismo, con l’estensione, articolata e radicata tra gli strati proletari, della presenza del revisionismo con funzioni di controllo del cons­enso proletario al dominio della legalità borghese.
Revisionismo che, se prodotto ne­gativo delle lotte della classe, è ancora interno alla classe.
La lotta armata, allora, acquista caratteristiche di universalità solo se inserita dentro un percorso politico e d’organizzazione legato ad una strategia e a tattiche di fase impiantate sulla risoluzione di tutti gli aspetti sovraesposti.
Pensiamo, infatti, con Lenin, che «il partito del proletariato non può mai considerare la guerra par­tigiana come l’unico e neanche come il principale mezzo di lotta» e «che questo mezzo deve essere subordinato ad altri» e «che senza questa ultima condizione, tutti, assolutamente tutti i mezzi di lotta nella società borghese… si snaturano, si prostituiscono».

SECONDO PUNTO – La sconfitta della «cricca berlingueriana» non potrà che essere effetto, per essere vittoria proletaria, secondo noi, della crisi ideologica-politica-umana e organizzativa del movimento ope­raio storico, cioè di una sua au­spicata rottura.
Il revisionismo nella sua struttura, nell’impianto, è nato e cresciuto in posizione subordinata al «mondo capitalistico». Cambiarlo significa, dunque, romperlo.
Romperlo non certamente saltando, senza mediazioni nella linea di combattimento, da un livello di critica ideologica a un livello di giustizia sommaria.
Anche se porci, spie, ruffiani del padrone e merde compromesse con il regime capitalistico, i revisionisti presentano ancora caratteristiche sociali, di massa, gestiscono strati di maggioranza del proletariato e quindi, da subito e in questa fase, capaci di innescare confusione, mistificazione, isterismo anticomunista e, soprattutto, un pericoloso capovolgimento all’interno della classe di un giusto misurarsi degli operai e dei proletari con le proposte e le ipotesi del progetto comunista di combattimento e liberazione contro e dallo sfruttamento capitalistico.
Ad un programma d’organizzazione, di individuazione, di smascheramento e di adeguata risposta militante dei revisionisti compromessi, occorre parallelamente praticare con priorità la critica politica, pratica e pubblica, della loro politica sul terreno delle reali contraddizioni di classe, sullo stato reale dei rapporti di forza in questa fase tra proletariato e capitalismo, in fabbrica come nei settori della produzione sociale, come nei territori.
Obbligare il revisionismo a confrontarsi sul terreno che la tua battaglia vuole praticare: questo è il compito principale oggi per le avanguardie comuniste.

TERZO PUNTO – Per potere fare tut­to questo c’è bisogno di una leva di rivoluzionari le cui caratteristiche non sono riconducibili sem­plicemente alla «dimensione clandestina».
Cioè ad un’impostazione della milizia utile allo sviluppo di ben determinati compiti di un’organizzazione comunista matura, ancora da conquistare, ma insufficiente e deviante se non è immersa in una articolazione organizzativa molto più vasta. Non siamo più d’accordo quando una possibile qualità dell’organizzazione viene ad assumere, come ricordava prima Lenin, un carattere di universalità nelle soluzioni alle domande e alle necessità d’organizzazione.
Dialettizzare dentro il movimento comunista le contraddizioni tra militanza clandestina e non clandestina è stato utile in questi anni. In un laboratorio eccezionale qual è la realtà reale e il movimento continuo delle cose, si sono sviluppate, con i loro limiti tutte le energie, le ipotesi, le esperienze dei comunisti durante una lunga fase in cui non erano date le condizioni per ricondurre tutti all’interno di una disciplina ed omogeneità di percorso unitario d’organizzazione e di programma. Noi tutti possiamo affermare che la lotta armata nel nostro paese, nelle diverse forme assunte e con i diversi modi di combattimento adottati, è un risultato oggettivo e soggettivo di anni e anni di lotta operaia e di eccezionale resistenza al piano di ristrutturazione capitalistica dei rapporti di produzione e riproduzione tra le classi.
Bene, oggi, riconoscere tutto questo non basta più.
Il soggetto comunista deve es­sere disciplinato dentro un progetto centrale d’organizzazione, ca­pace di «armarlo» per disarticolare l’intero arsenale di comando e di controllo dello stato capitalistico. Il movimento dev’essere arricchito della complessità dei problemi; occorre operare perché si rafforzi e possa sostenere e accettare la sfida capitalistica su tutti i terreni dove si rapportano i conflitti di classe. In altre parole a noi non interessa la costruzione di un quadro combattente solo sulla verifica continua delle possibilità di azzoppare e giustiziare un nemico di classe se non si lavora, o si lavora contro, per determinare una diversa qualità complessiva del soggetto comunista collettivo; diversità, se permettete, dalla qualità complessiva del soggetto riformista.
Quindi, linea di combattimento dentro la pratica del programma proletario a livello territori­ale, dentro l’esperienza dell’illegalità di massa e dello sviluppo del movimento comunista organizzato. Movimento come rete soggettiva di un potere proletario che cresce sull’uso della forza, via via commisurata ai possibili salti e alle forzature della e nella intera soggettività proletaria. Quindi un’articolata e complessa pratica della lotta armata. Non si può, compagni, non si può ghettizzare, soprattutto, le future potenzialità proletarie solo su uno dei modi di condurre il combattimento.
Lo stile di lavoro dei comunisti deve essere da oggi in poi, per quanto riguarda i criteri e le leggi fondamentali nella costruzione del partito rivoluzionario, una questione interna ai comunisti e al loro lavoro. Si impone l’abbandono, in tempi brevi, di tutte quelle posizioni che bloccano e/o ostacolano un processo di unificazione di tutte le avanguardie proletarie nel nostro paese.
Se certi compagni continueranno, purtroppo, a spingere l’acceleratore per uno schieramento dras­tico di posizione, tra le componenti del movimento comunista, sui diversi modi del com­battimento, in una contrapposizione fuorviante e sempre più falsa e artificiale, allora da parte nostra verranno prese distanze sempre più nette con una dura battaglia politica contro queste posizioni. Infatti, l’ulteriore procedere in avanti del lavoro dei comunisti delle diverse organizzazioni rivoluzionarie sarà positivo se assumerà i compiti e le responsabilità proprie di una nuova fase, questa volta più complessa e matura.
A noi non va più bene se si spezza un corretto equilibrio di proporzioni tra le due principali componenti, linee del movimento rivoluzionario, cioè tra i comunisti clandestini e i comunisti dell’autonomia operaia. E’ un grande pasticcio con bruttissime prospettive, se una variabile, quella clandestina, non si rapporta più in alcun modo alla dinamica generale del movimento comunista. L’autonomia operaia organizzata non fa i conti solo con la accelerazione della pressione militare dello stato sull’organizzazione, ma anche con i problemi e le difficoltà legati ad una ripresa dell’ iniziativa proletaria di avanguardia e di massa. A noi interessa un soggetto comunista collettivo «riconoscibile politicamente» dai proletari, e non solo attraverso le cronache dei giornali, senza paramenti e travestimenti che vadano a confondere la sostanza del tuo discorso (in questo caso per travestimento non intendiamo affatto le norme di sicurezza e altre questioni).
Occorre disciplinarsi dentro uno sforzo unitario, difficile e complesso, di costruzione dell’organizzazione e del programma.
L’omogeneità, compagni, va ricercata e voluta caparbiamente. Ma sulla chiarezza. L’azzoppamento deve lavorare a favore del blocco del reparto di fabbrica, della capacità del movimento comunista di disarticolare il territorio, zona per zona, con 1’esercizio del contropotere rivoluzionario. E viceversa.

Da “Autonomia”, n.7, 15/02/!979, pp. 1-2