IL GHETTO È IL NEMICO MORTALE, COMUNQUE CAMUFFATO

Nubi sempre più decise si addensano sopra il Movimento, saette micidiali scaricano sui comunisti la chiara ed irrevocabile decisione dello Stato sociale capitalistico di chiudere la partita con i protagonisti coscienti di 10 anni di lotte operaie e proletarie nel nostro paese. In questi momenti la voglia di abbandonare il campo, la milizia rivoluzionaria, la messa a fuoco “brutale” della realtà di quel diavoletto che è il marxismo, è grande e per tanti compagni irresistibile. Se non proprio la fine delle illusioni magari la dimensione clandestina come la sola possibile, anche se cieca. E’ vero, compagni? Ci sono periodi in cui sembrano crollare tutte le fortezze e sembrano profetiche le parole di quella compagna che da una gabbia del tribunale di Torino diceva:-“se dobbiamo crepare o finire la nostra breve esistenza chiusi da qualche parte che ne valga almeno la pena”- E poi, aggiunge un altro, la classe, le masse, le lotte, dove sono? Tutto sembra tacere. Sembrano situazioni nuove ma, se guardiamo sotto le apparenze, rispuntano antiche contraddizioni mai risolte del comunismo militante, italiano in particolare. Ad un ciclo di lotte proletarie, durante il quale l’insieme dei nodi di classe sembra sciogliersi completamente, ne subentra un altro durante il quale le classi fanno un bilancio e studiano il futuro, mentre la soggettività collettiva rivoluzionaria, prodotto della materia-lità delle lotte e delle idee che su queste si sono formate, privata del ventre materno delle masse in lotta, deve scegliere se autodistruggersi o crescere a partire da ciò che è rimasto. Un’intera generazione di militanti sta facendo il primo, storicamente significante, esame politico, umano, organizzativo e, perchè no?, ideale di verifica. L’omogeneità passata si sbriciola perchè i problemi sono diversi ed un nuovo compattamento va ricercato. Molti compagni sono stati persi ma ancora molti ne rimangono. L’indovinello è tutto in questa frattura. E’ possibile: sarà possibile gettare un ponte tra la sponda delle vacche grasse e quello delle vacche magre per far attraversare al progetto comunista le insidiose e burrascose acque della ristrutturazione politica, economica, sociale e militare voluta dal capitale nei rapporti di classe e nelle regole del gioco tra il potere e i soggetti emergenti? In questo secolo in Europa solo i Bolscevichi hanno risposto vincenti a questa domanda. In Italia, resistenti compresi, solo fallimenti. Quindi, compagni, ancora una volta la dinamica dello scontro di classe ritenta la scommessa, quella che vorrebbe conciliare teoria e prassi rivoluzionaria con le lotte presenti e future, per la rottura storica di un epoca dominata da un sistema fondato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nessuno ha mai sognato tempi brevi. Solo Calogero ne è convinto. Ma nessuno deve banalizzare sui tempi brevi perchè è da questi che si potranno formulare ipotesi politiche generali per il domani. E allora? Per ricominciare le strade da battere sono diverse. Noi ne elenchiamo qui solo alcune, forse le più urgenti, anche perchè in questi giorni il potere sta perfezionando un’intelligentissima operazione politico militare tendente non solo allo annientamento fisico dei comunisti, ma, soprattutto, alla prostituzione forzata ed artificiale della loro esperienza teorica politica, degli ideali di questi anni di lotte proletarie, delle parole d’ordine lanciate in fabbrica e nelle piazze non da sparute minoranze ma da enormi masse – da quel famoso cavallo che si rifiutò di bere e di mangiare per tirare il carretto dello sfruttamento e del profitto -, del significato vero dell’odio di classe verso l’organizzazione politico-sociale dello Stato, del rivoluzionamento del concetto di bisogni ed interessi di parte proletaria. Se il movimento non si toglie il lardo che si sta autoplasmando sugli occhi,un periodo di lotte, forse “unico” in occidente, passerà per un groviglio oscuro di atti delinquenziali, di malavita, sparirà nelle coscienze e nella memoria collettiva di milioni di proletari.

INNANZITUTTO SULL’ OPERAISMO

Noi pensiamo che l’operaismo italiano abbia rappresentato un con tributo fondamentale per il rinnovamento del marxismo, inteso come arma utile e moderna per interpretare e combattere lo stato attuale dei rapporti di classe, lo sviluppo delle contraddizioni, il concetto di valore,e non come breviario ammuffito ed impotente da recitare per “belle coscienze” La questione non è da poco. Ci sono, infatti, diversi modi di approccio a questo problema, più di una chiave di interpretazione del reale, tutte figlie ” dell’originaria impostazione marxiana, che spiegano poi le disomogenee scelte politiche ed organizzative all’interno dei comunisti italiani. Infatti, una cosa è soffermarsi nella lettura de IL CAPITALE ed un’altra passare a sfogliare con interesse i tanto chiacchierati GRUNDRISSE. A noi interessa soprattutto il secondo testo per le anticipazioni di tendenza in esso contenute, per le possibilità di ricerca e di sviluppo nell’analisi che lì sono offerte, per la stra- ordinaria dialettica attuale anche nel nostro tempo. Non è cosa
da poco. Alcune ipotesi di”un certo Marx” non si sono date, come ad esempio la tendenza oggettiva, di per sè, che con lo sviluppo delle forze produttive ci sia il superamento del capitalismo, come lo sviluppo anarchico del mercato mondiale,come l’impossibilità per il capitale di fare suo il concetto e la potenza dello Stato come forza tutta interna alla propria logica, come la inconciliabilità tra lotte e sviluppo capitalistico e l’impedimento strutturale per quest’ultimo di sussumere,come motore dinamico, le tensioni e le tendenze purgate dello scontro di classe. Insomma che il comunismo non è inevitabile e che il socialismo, oggi, non è l’obiettivo finale per il quale un’altra generazione dovrebbe lottare. Dire queste cose non significa rinnegare la classe ma, al contrario, cercare di capirne le reali tensioni con i moderni livelli dei rapporti di forza tra le classi, riportando il tutto con i piedi per terra. L’operaismo è stato questo scrollone all’interno del marxismo e del Leninismo, un’iniezione corroborante essenziale per riportare la scienza operaia ad un livello indispensabile per poter sostenere il confronto con il nemico e la sua potenza. Solo così abbiamo capito il ’29, il periodo successivo e l’operaio massa degli anni ’60. Un tempo, gli m-l italiani non ne volevano sentire neanche l’ odore; l’operaio massa della catena di Mirafiori era troppo economicista. Poi, in silenzio,lo hanno introiettato tutto intero nel loro bagaglio culturale ed ideologico. L’operaismo ha anche assunto come propri terreni di analisi e di lotta sia l’automazione e la scienza in quanto ulteriore salto nella organizzazione produttiva del lavoro e sia l’espansione della fabbrica all’intera articolazione sociale della produzione e riproduzione del profitto e dei rapporti di classe. Così abbiamo capito che una nuova composizione di classe, l’operaio sociale, si va formando e che nessuno, se non è un idiota o un curiale, può non tenerne Conto. Non abbiamo mai affermato Che la fabbrica tradizionale non esista più o che non sia il punto principale, ancora,per la accumulazione capitalistica. Lo operaio in tuta blu è nei reparti, produce cose ben visibili, quantità enormi di ricchezza, un’infinità di merci. Chi lo nega! A Marghera come a Torino ogni mattina, a migliaia, uomini e donne entrano nell’inferno capitalistico. Ma che rapporto c’è tra questo e l’operaio ospedaliere? Non si può certamente trasportare ai tempi nostri,meccanicamente la vecchia parola d’ordine di unità tra operai e contadini, anche perchè i contadini attuali non lavorano i campi ma a milioni sono integrati nella riproduzione dei processi produttivi ed organizzativi del sistema. A noi interessa non strumentalmente il rapporto tra tuta blu e l’operaio sociale. Certamente non possiamo affermare,inoltre, che oggi l’aristocratico compagno di fabbrica indichi al sospettabile proletario dei servizi soluzioni di lotta dentro le nuove contraddizioni di classe, semmai molto spesso è l’opposto. I compagni ci dicono che non si fidano di chi non si è forgiato al duro lavoro nell’officina e della catena di montaggio. Forse avranno ragione, ma li invitiamo a guardare senza mistificazioni tra le fila della rude razza pagana e ne scopriranno delle belle in fatto di sicurezza. I compagni sostengono che è tempo di ritornare in fabbrica. – Siamo. d’accordo. Ma come? In che rapporto collochiamo la costruzione degli istituti del potere operaio con il metodo di lotta nei reparti e come sintonizziamo.”l’interno” con “l’ esterno” dei cancelli. E’ a questa domanda che dobbiamo rispondere e non su unilaterali collocazioni fabbrichiste opposte all’ambiguità di un proletariato sezionato. Differenze di analisi non da poco, come i compagni possono immaginare, che, se c’è la volontà nei tempi medi lunghi di superare, devono essere innanzitutto evidenziate con chiarezza. Noi pensiamo che la contraddizione principale sia oggi tra il lavoro morto e il lavoro vivo, tra espansione e norme della produzione sociale e dell’accumulazione in tutte le pieghe della società e la estensione della giornata lavorativa all’intera vita degli uomini, tra gli indispensabili salti organici della macchina generale dello sfruttamento e la liberazione di strati proletari nei comportamenti di rifiuto della legalità produttiva capitalistica, tra bisogni di classe dilatatisi quanto il mondo delle merci e la necessità indispensabile del comando, del la forza per il capitale all’interno dei processi lavorativi. In sostanza si fa confusione tra composizione tecnica e composizione politica di classe. In questo modo non possono essere compresi i movimenti che hanno attraversato la società in questi anni, come quello delle donne o dei giovani. Movimenti che hanno contribuito in modo determinante nei comportamenti, nelle tematiche di lotta, nelle aspirazioni, nella spinta positiva dell’intero processo di lotte operaie e proletarie.

SULL’ ORGANIZZAZIONE E SUL PROGETTO

Il giornale Autonomia ha ospitato nel numero 14 un nostro intervento come contributo al dibattito dentro il movimento. Le linee essenziali tracciate allora le sottoscriviamo per intero con l’aggiunta di poche ulteriori. considerazioni. In questi ultimi 60 anni si sono date delle modificazioni nella composizione di classe; è cambiato lo scenario internazionale; si sono dati nuovi comporta menti,esigenze, bisogni ed
aspettative di massa. Siamo i primi, noi di scuola operaista, a riconoscere. Ma altresì non siamo omogenei politicamente con coloro che formulano questa semplicistica equazione: il partito, inteso come esperienza leniniana, era espressione diretta di una data composizione di classe, l’operaio professionale,che modificandosi vanifica, rende inutile, la riproposizione dell’Organizzazione politico – militante comunista. Su questo punto affermeremo sempre con testardaggine che è indispensabile anche in questa fase costruire l’organizzazione intesa come centralità del progetto comunista, come la sola capace di coniugare il particolare con il generale, come la sola capace di concentrare ed esaltare tutti gli sforzi di parte, di massa e di attacco; per lo scioglimento del problema del potere in una società industriale moderna, per distruggerlo ed imporre con la forza degli interessi di maggioranza della classe la dittatura del proletariato su tutta la società civile. Non siamo d’accordo con quelle posizioni che vedono dialetti-camente inconciliabile l’universo dei movimenti di classe, inteso come pluralità dei bisogni, delle aspirazioni, dei desideri di milioni di uomini e donne e il partito, disegnato come cattivo accentratore e despota di una linea imposta e quindi oggettivamente sprovvista degli strumenti per interpretare le reali tendenze di classe. Questa logica è suicida. In sostanza chi non fa i conti con Lenin gioca con i tempi lunghi. Questo discorso sul concetto di organizzazione ci offre l’occasione per fare chiarezza su vecchie storture all’interno dell’Autonomia Operaia di questi anni. Ribadita la nostra estrazione operaista ed il peso che questa occupa nella nostra esperienza politica, riteniamo utile criticare e condannare la faccia negativa di quell’ipotesi, concretizzatasi in passaggi politico-organizzativi fallimentari.

Fin dalla nascita abbiamo fatto i conti con alcune caratteristiche “di fabbrica” del vecchio quadro militante di P.O. L’organizzazione, compagni, non è uno slogan, una parola d’ordine tracciata nei manifesti propagandistici, ma è materialità di percorsi politici e umani, conquista reale di soglie qualitative d’organizzazione, è continuità politico-militare nei salti che questa richiede e che, soprattutto, su questi si dà. E’ ora di finirla con l’uso strumentale di una fraseologia ultra leninista, con una mentalità minoritaria parolaia.

Centinaia di compagni sono stati bruciati in questi anni perchè si ipotizzava loro un percorso militante per poi romperlo, disperderlo, in quanto nuovi livelli si erano dati, nuovi vestiti dovevano essere cuciti, con il particolare che il tutto era comprensibile ad alcuni compagni ma completamente oscuro per gli altri, per la manovalanza. Non si può più continuare così, anche perchè l’esperienza ha già fatto giustizia di tali errori e il niente prodotto si è dileguato al primo importante attacco sferrato dallo stato alla soggettività militante nel suo complesso. Linea politica comunista significa lavorare per costruire l’ossatura di una organizzazione militante in grado di praticare il terreno politico militare con tempi e metodologia proprie ma dialetticamente in sintonia, pena la sua inutilità storica, con la crescita delle strutture del movimento organizzato, inteso come rete di avanguardie di massa, veicolo e spinta della pratica dell’illegalità proletaria e degli obbiettivi del programma di lotta, espressione dei bisogni e interessi di classe. Linea politica significa garantire la continuità del progetto, conquista di livelli stabili nella milizia e nella materialità del metodo e dello stile di lavoro per centinaia di compagni.

SUL RAPPORTO TRA PROGETTO E MOVIMENTI

Vi sono compagni con i quali esistono fortissime identità nel l’analisi, nella comune matrice operaista ma dai quali dissentiamo su alcuni punti. La scoperta per milioni di giovani, che si può campare senza accettare in toto legge e morale borghesi, il vivere precario con un paio di blue jeans, non significa di per sé rottura definitiva con i meccanismi dello sfruttamento capitalistico. Il movimento non è un tutto indistinto, ma va capito e ricondotto sempre, in tutte le sue espressioni, al problema del potere e della sua messa in crisi definitiva. La parzialità di ogni movimento di lotta deve essere ricondotta nella generalità del progetto. Diciamo questo perchè è ipocrita corteggiare i nuovi soggetti, i nuovi comportamenti di massa per poi collocarli, strumentalmente, con analisi sociologiche, dentro lo scontro di classe. Movimenti che col procedere delle lotte possono assumere anche caratteristiche di freno e di reazione alle nuove spinte di classe . La parola d’ordine di sciogliersi nel movimento è una di quelle battute da avanspettacolo che non meriterebbe di essere presa in considerazione se non venisse da settori e compagni, comunque, significativi. Sciogliersi con chi? Il movimento non è un feticcio, una condizione eterna ed immutabile di una parte, minoritaria, del proletariato italiano, una eredità delle lotte. Movimento significa continua verifica di strati di proletariato nel misurarsi con la progettualità del potere  capitalistico, vuol dire tentare e ritentare da parte di spezzoni proletari organizzati di introdurre, anche se settorialmente elementi generali di programma e di pratica dentro la lotta politica. Per i comunisti
significa capire tutto questo e non confondere movimento comunista, le strutture proletarie, con i movimenti di lotta della classe. Non si può “governare” il movimento se non si fa parte del movimento, quello organizzato e non solo piazzaiolo. Essere leninisti, oggi, significa tutto questo; vuol dire concepire e praticare il partito come livello alto d’organizzazione, solo se il metodo dell’organizzazione attraversa i livelli più bassi, sedimenta e non improvvisa le articolazioni dell’organizzazione proletaria di massa. In definitiva si è leninisti quando si rifiuta la follia di teorizzare il vuoto tra l’avanguardia comunista, cioè la “coscienza critica” di classe, e il potere ben deciso a perpetrare il suo dominio.

SULLA LOGICA DI ANNIENTAMENTO

E’ l’argomento del giorno all’ interno del movimento. E’ la notizia da prima pagina. Minaccia di rappresentare totalmente la ricchezza delle tematiche che il movimento e le avanguardie in particolare hanno espresso in questi anni. E’ una pericolosa operazione di riduzione del progetto comunista a sua semplice pianificazione militare. Perchè?

I compagni in sintesi pensano che di fronte ad un blocco granitico, già dato,del nemico in tutte le sua articolazioni interne,non ci sia di meglio che, in attesa della ripresa spontanea delle lotte di massa, sferrare l’attacco d’urto contro l’apparato nemico militare con la tecnica di colpire non più solo i suoi quadri alti ma gli uomini della truppa per creare confusione, sfiducia tra le loro fila e, quindi, disperderli Una semplificazione di questa impostazione è la loro analisi sulla militarizzazione del territorio: assistiamo sempre più ad una presenza di controllo e di repressione delle bande in divisa di regime nei quartieri delle città, nelle zone, nei settori produttivi; ergo, bisogna cominciare a colpire fin da subito questa tendenza, attaccando gli strumenti di tale progetto ambizioso. Di fronte a queste argomentazioni esatte oggettivamente, arricchite ovviamente da un discorso generale che vorrebbe essere credibile e dignitoso, la risposta ragionata verte su alcune posizioni politiche di sintesi. Annientare fisicamente un nemico non porta di per sè  ad una sua disarticolazione anche perchè, banalizzando, la tua capacità d’attacco è sempre inferiore rispetto alla loro capacità di riaggiustare i guasti e chiudere i buchi, cioè si rigenerano in modo impressionante. E’ una prospettiva, come i compagni intuiscono, millenaria. Si affermerà che non è questa l’intenzione, che non si vuole abbandonare un punto di riferimento proletario, le lotte, la classe. Allora il problema è di impostazione strategica complessiva. Per noi, ad esempio, militarizzazione del territorio non sono solo i blindati, i blocchi e le ronde volanti, i poliziotti di quartiere “democratici”, la rete di spioni e delatori piciotti, la presenza prepotente degli uomini in divisa ovunque e in ogni luogo dove esistono tensioni sociali o dove è possibile una loro potenziale esplosione. Militarizzazione è anche imposizione della pace e dell’ordine economico, politico ed ideologico del capitale dentro tutti i comparti della società. E’ accettazione da parte di strati sempre più larghi di proletariato delle regole del gioco; è abbassare, coscienti o no, la testa di fronte alla potenza del nemico e questo non da sparute minoranze ma da milioni di uomini e donne. I compagni risponderanno che sono d’accordo ma che intanto facciamo qualcosa, dimostrando che è possibile denudare,ridicolizzare il nemico, rappresentando davanti agli occhi dei proletari la non – onnipotenza dell’avversario, propagandando un’indicazione politica,sconfiggendo lo sconforto e la sfiducia con una buona dose di ottimismo militare. E qui casca l’asino. Perchè, compagni, di azioni militari ne puoi fare sempre di più perfette e numerose ma saranno tante azioni di combattimento di Don Chisciotte contro i mulini a vento se non si subordinano alla superiorità politico militare del progetto comunista di cui la linea di massa ne è l’elemento essenziale. Linea di massa che non è la figlia povera del programma teorico e di lavoro dei comunisti. E’ questa linea che oggi deve essere l’obbiettivo primo dei compagni. Il lavoro di guerra ha dinamiche sue interne, in grado di autoregolare ed auto conservare il patrimonio di esperienza e di materiale finora conquistato ed accumulato, al di là del le difficoltà riscontrate sugli altri fronti della milizia rivoluzionaria, e questo per tempi anche lunghi. Il lavoro di massa, viceversa, è legato strettamente con la capacità del movimento organizzato e le sue avanguardie di interpretare correttamente il programma, ciò che serve e ciò che non serve al livello di massa in un dato momento, per una sua ripresa effettiva nei comportamenti illegali di classe. Il lavoro di massa è lo scoglio più duro da superare, oggi, il più difficile da affrontare ed il più esigente di coraggio, politico, di intelligenza rivoluzionaria. Si tratta quindi di priorità, qual’è l’obbiettivo principale e quello secondario. Se invece si procede a testa bassa senza accorgersi degli effetti del tuo lavoro politico ci si pone nei fatti contro gli interessi attuali del movimento nella sua espressione più generale.

Il nemico con la sua azione ti chiude sempre più gli spazi fisici e politici per poter propagandare e praticare elementi di programma che pensiamo sia irresponsabile offrirgli in continuazione argomenti validi a livello di massa per accentuare i suoi caratteri anticomunisti. Infatti il tutto non sarebbe negativo in un periodo di espansione delle lotte e del movimento, perchè tra te e il nemico ci sono strati di proletariato organizzato in grado di rispondere ad un aumento dell’offensiva capitalistica, rafforzandone ancora di più la compattezza.

Ma in un periodo diverso, di difficoltà e di pausa difensiva dell’iniziativa proletaria, la manu militare nemica colpisce unicamente quella soggettività d’avanguardia che in questi anni ha rappresentato pubblicamente il punto di vista operaio; quella esposta, per intenderci.

E’ questo che volete, gongolandovi in una drogata illusione della superiorità della dimensione clandestina, della sua universalità sull’intero progetto comunista di liberazione di milioni di proletari dallo sfruttamento capitalistico con la morte del potere politico, sociale, economico e militare che su di esso si è formato? Quindi non si tratta più di una critica sull’opportunità di questa o quella azione di combattimento, in sé, ma di diverse impostazioni politiche nel lungo periodo. Come non si tratta da parte nostra di una scelta opportunistica; i compagni lo sanno. Semmai vogliamo ribadire la scelta di campo della lotta politico-militare come la sola capace di praticare, materializzare il progetto in un rapporto strettissimo, obbligato, fra linea di combattimento, alta o bassa o intermedia, e tenuta, rilancio del movimento, della possibilità di rideterminare le condizioni soggettive dentro condizioni oggettive favorevoli per conquistare nuovi comportamenti illegali di rifiuto della tregua da parte di strati proletari, per costruire gli istituti del potere proletario, per vincere sulla sconfitta di massa e politica del revisionismo.

Perchè anche sul ruolo del PCI e compagnia i giudizi divergono. Da tempo siamo convinti che il revisionismo non è un prodotto estraneo alla storia e alla tradizione del proletariato. Anzi, finora, è l’unico prodotto genuino ben definito portato fino alle sue più aberranti deformazioni. Cioè, per capirci, non è questione di abbattere semplicemente la cricca berlingueriana, eliminandola o altro. All’attuale Berlinguer ne subentrerebbe un altro; la fila di attesa delle sue copie è folta. Il revisionismo è la componente maggioritaria interna al proletariato. I proletari non stanno ancora con noi ma con i picioti. Non bisogna mai dimenticare questa semplice ma importantissima constatazione. Significa forse che abdichiamo di fronte alla mostruosità di questa macchina per la formazione del consenso e del controllo antiproletario? Al contrario, compagni. La sconfitta del revisionismo è un problema politico, storico, umano, organizzativo e materiale. Solo se lo spacchi, se lo smascheri su questi terreni hai vinto dentro il proletariato. Cosa fai allora? Crei dei martiri con l’aureola di classe, e questo al di là della bontà dell’attacco portato ai suoi tesserati con precise responsabilità oggettive e politiche? Bisognerà incalzarlo sui suoi stessi terreni, lottare pubblicamente contro la sua strategia, costruendone un’altra credibile agli occhi di milioni di proletari.Togliere la maschera, al revisionismo vuol dire attaccarlo sulla sua politica in fabbrica, nei territori, nei Settori, sulla sua compartecipazione alla politica di annientamento dei comunisti, sul suo tradimento di classe. La teoria dei sacrifici non è un frutto di questi ultimi anni ma il risultato finale di un’intera ed antica visione del mondo, di gramsciana memoria, camuffata storicamente per linea proletaria e comunista. E’ il PCI di questi ultimi 35 anni che deve essere sconfitto. Viceversa si ha una visione favolistica delle cose di questo mondo. I compagni che sempre più spesso mettono in cantiere operazioni militari, politicamente inopportune, sono umilmente pregati di considerare la nostra posizione. Coloro che sono usciti dalla scuola manageriale di Torino, voltando l’angolo, dovevano guardarsi attorno per scoprire che a pochi metri da quella eterea isola liberata, il lavoro politico incontra difficoltà pesantissime; che non di zone liberate oggi si tratta ma della possibilità di praticare o meno programma dentro la classe. In definitiva bisogna stabilire se è la politica che comanda sul fucile o viceversa. Anche perché la base della propaganda della lotta armata è agli sgoccioli ed i compagni delle B.R. hanno avuto un ruolo centrale e maggioritario, storicamente da ricordare.

Ma non siamo ancora in guerra almeno quella che noi intendiamo, cioè guerra dispiegata fra le classi, prodotto di comportamenti estesi, maggioritari, illegali, rottura del rapporto subordinato della classe al dominio capitalistico. Solo la centralità del progetto, l’articolazione della sua linea di tendenza può
attrezzare i comunisti delle armi politiche e materiali per combattere l’iniziativa del nemico nel periodo di transizione in cui quello che conta è lo sviluppo del rapporto tra organismi del potere proletario e l’agire da partito dei militanti comunisti , è riuscire a non perdere il treno della nuova composizione di classe, è crescere dentro le moderne tensioni coinvolgenti milioni di sfruttati.

SUL CHE FARE ADESSO

Il 7 aprile, inteso come nuovo spartiacque nei rapporti di forza tra lo stato e i comunisti, non ha intoppato un processo politico già ben definito ed omogeneo, a livello nazionale, dell’autonomia operaia organizzata e dei suoi spezzoni più consistenti. Semmai ha messo il dito su difficoltà, scollamenti, non omogeneità tra i compagni, ha amplificato il volume di un dibattito interno che scontava vecchi ritardi ed arretratezze teoriche e politico-organizzative della soggettività comunista “non clandestina”. La necessità politica di determinare un percorso positivo e dinamico, di confronto e di lavoro, che eludesse ad una centralizzazione nazionale delle forze dell’autonomia su una linea strategica e definita e su un progetto generale in grado di catalizzare la soggettività rivoluzionaria nel suo complesso, non ha incontrato la sufficiente volontà politica positiva da parte di importanti spezzoni organizzati. Il primitivismo di una linea politica generale fondata ancora troppo rozzamente ed unicamente sull’esaltazione dei bisogni di classe tout court, con l’aggiunta di un pò di ambiti organizzativistici, quanto basta; l’infantile e a volte voluta contrapposizione tra movimenti e partito, l’esaltazione anarcosindacalista dei movimenti spontanei contrapposti alla “presunzione” dell’avanguardia organizzata, hanno impedito finora il superamento di diverse impostazioni politico-organizzative e quindi di progettualità complessive. Da anni abbiamo affermato che nessun spezzone organizzato dell’autonomia è in grado di inventare e praticare da solo tutti i percorsi che una strategia non localistica, rivoluzionaria contro il potere e per il potere richiede ai comunisti. I fatti purtroppo ci danno ragione. Per questo abbiamo sempre sostenuto l’obbligatorietà del metodo politico dell’unità di lotta ed il programma come unico strumento per arrivare all’omogeneità sul progetto generale. Per questo abbiamo proposto il metodo della campagna politica che riteniamo ancora l’unico valido e possibile.

Campagna politica che non deve essere sposata ad alcuna delle articolazioni pratiche che finora si è data ma, semmai, di partire da queste come esperienze irrinunciabili. Intendiamo dire che la caratteristica strettamente militare che il metodo della campagna ha finora assunto deve essere ri-verificato all’interno di uno sforzo di legare capacità d’attacco con la pratica a livello di massa delle parole d’ordine del programma. Lavoro produttivo, spesa pubblica, energia, repressione sono ancora i terreni su cui lavorare. Si tratta in questa fase di fissare chiari obbiettivi possibili e rilevanti, e gettare nella loro realizzazione l’intera rete di militanti operai e proletari. La giornata lavorativa è il terreno fondamentale del confronto-scontro con il piano capitalistico, è la contraddizione materiale più esplosiva su cui deve essere concentrata tutta l’intelligenza e la forza organizzata dei proletari. La nuova composizione di classe, l’operaio sociale, deve essere attraversata dall’iniziativa di massa. Non ci si può fermare all’impostazione di analisi del passato, occorre capire in quale rapporto l’operaio sociale oggi si trova con l’intera articolazione della produzione, occorre individuare i salti e le modifiche che l’iniziativa capitalistica ha imposto dentro questi strati proletari. La fabbrica deve essere rivisitata con la consapevolezza che non di “tutto o niente” si tratta di teorizzare ma di rompere ovunque sia possibile la tremenda cappa di pace e stabilità produttiva dentro gli scomparti operai, di spezzare nei fatti, non a parole ,la tregua politica che da anni regna nei reparti. Occorre lavorare per determinare, adesso e subito, primi momenti di ripresa dell’iniziativa di lotta contro le politiche centrali del governo e del padronato, dalla produttività all’aumento dei prezzi. Rifiutare la logica del profitto significa porsi fuori della legalità capitalistica; rifiutare di pagare i prezzi della ripresa dell’accumulazione significa concretamente organizzare la lotta contro i nuovi meccanismi di comando e di controllo sociale. E’ la ripresa della lotta di massa, della linea di massa, la discriminante dentro la sinistra. Individuare le contraddizioni più “pesanti” e farle esplodere. Recuperare, generalizzare, propagandare, praticare, tutti quei comportamenti, quei momenti, anche se parziali, di lotta che approssimano questa direttiva politica, che abbozzano una ripresa di iniziativa generale di massa,che rompano la situazione di non-movimento della classe sulle nuove contraddizioni e sui nuovi livelli di forza. Questo l’obbiettivo di fase. Ma non è possibile neanche abbozzarlo se le situazioni di movimento, i compagni, gli spezzoni organizzati sopravvissuti non sapranno darsi fin da subito un primo livello di coordinamento nazionale delle forze in grado di esprimere unità ed iniziativa a partire da un’omogenea analisi e da un’omogenea risposta all’iniziativa antiproletaria portata avanti da mesi dal nemico di classe. Lungi da noi l’illusione di riproporre nei tempi brevi l’ ipotesi della centralizzazione politico-organizzativa a livello nazionale, per il partito, anche perchè la recente esperienza ci ha reso più prudenti e pazienti. Si tratta di affrontare un discorso molto più modesto ma indispensabile per qualsiasi riproposizione in avanti. Il dibattito politico deve riprendere i percorsi interni del movimento; le ipotesi, i programmi devono potersi confrontare; l’autonomia deve ritrovare ora e non domani la sua capacità di essere punto di riferimento politico e programmatico per larghi strati di proletariato.

Il “complesso del 7 aprile” deve essere superato con le necessarie critiche e autocritiche e gli indispensabili aggiornamenti nella linea politica generale e in quella politico-militare in particolare. Calogero e compari non sono comparse fugaci di una vecchia commedia. Il 7 aprile è stato una svolta storica, il Rubicone per lo Stato, occorre prendere atto ed interpretarlo politicamente. Il 7 aprile oggi si materializza nei tribunali speciali, veri e propri organi per la guerra politico-militare contro le avanguardie proletarie. Strutture complesse composte da una soggettività qualitativamente alta, adatta ai compiti a cui è preposta: dai magistrati ai poliziotti, dai politici ai ruffiani, dai giornalisti alla rete di spionaggio anticomunista piciota. Su questo nuovo livello politico-militare dell’avversario vanno concentrate l’interesse e l’intelligenza del movimento comunista. La parola d’ordine libertà per i comunisti e distruzione di tutti i lager non è uno slogan vuoto o intriso di passati significati.

E’ la sintesi, se volete, delle argomentazioni in parte sopra-esposte. E’ la rivendicazione di un patrimonio teorico, politico, conquistato in anni e anni di lotta. E’ ribadire che solo a partire da questa eredità dinamica che, non solo la soggettività d’avanguardia, ma il proletariato italiano può reinventare un nuovo ciclo di lotta e di sommovimenti di classe che ripropongano un’altra volta l’inconciliabilità fra interessi di classe del proletariato e interessi del capitale, per riaffermare nella”volgarità della lotta di massa” la determinazione storica di conquistare il comunismo.

La responsabilità del soggetto comunista è grande e tremenda in questo momento; bisogna avere il coraggio, se occorre, di sporcarsi le mani, di immergersi all’interno della materialità dello scontro di classe, di rimettere in discussione cose che sembravano acquisite, di accettare la sfida del nemico e ritrovare una propria autonomia sui modi e sui tempi dell’iniziativa proletaria. Questo, compagni, è forse il nostro marxismo-leninismo.

COLLETTIVI POLITICI VENETI PER IL POTERE OPERAIO

Da “Autonomia”, n.18, 3/2/1980, pp.15-18