maoismo


Mao a Shangai

 MAO A SHANGAI

Alla fine degli anni ’50 il grande balzo in avanti si chiude con un mezzo insuccesso. L’enorme sforzo di mobilitazione ha sconfitto la miseria, la fame, le malattie, i pregiudizi che avevano reso disperata per secoli la condizione umana di un quarto della popolazione del pianeta. Le vecchie classi sono state distrutte, i vecchi rapporti sociali di produzione a base feudale scomparsi per sempre. Nuove classi appaiono alla ribalta e le tensioni tra di esse esplodono in scontro aperto: nel partito e nel paese riprende il dibattito sulla accumulazione primitiva. Nelle campagne il movimento delle comuni e delle cooperative ha permesso l’utilizzo di tutte le risorsa disponibili e prima di tutto della risorsa principale, quella del lavoro. Ma sul lavoro dei contadini si è basato anche lo sviluppo dell’industria e da essa si richiede il potenziamento e l’accrescimento delle capacità produttive attraverso il macchinario, cioè la tecnica, e la chimica, cioè i concimi. Il trasferimento di risorse che intanto lo stato e il partito hanno determinato dalle campagne alle città produce con una accele-razione e una mobilità mai viste, la creazione e la socializzazione di classe operaia che, concentrata a milioni nei grandi centri di produzione, comincia ad affermare il suo antagonismo irriducibile agli stessi rapporti di produzione che incessantemente la riproducono. Si tratta a questo punto di ricomporre la frattura di classe fra città e campagna, e il partito si trova impotente a questo passaggio. È lo stato, in nome dell’interesse generale, che affronta il problema. La lotta all’interno del partito su questo punto è durissima. Mao viene messo in minoranza nel Comitato Centrale, viene sconfitto, è ormai finito. Liu-Schiao-Chi diventa presidente della repubblica. Ma cosa succede veramente dentro alla classe operaia? Siamo agli inizi degli anni ’60, il processo di industrializzazione, almeno per alcuni grandi centri, è concluso: certamente a Shangai dove si concentrano, si ammassano, nove milioni di operai. Faticosamente cominciano le prime lotte, i primi scioperi contro il ventaglio delle categorie, che sono ventidue, a cui corrispondono ventidue parametri salariali, contro le qualifiche, contro la divisione tra lavoro tecnico e lavoro manuale, contro la gerarchia del lavoro, contro l’uso neutrale della tecnologia e della scienza. La lotta tra le due linee parte certamente dalla nuova composizione di classe, ma la soluzione a cui si perviene tiene sullo sfondo le ragioni di classe del conflitto. L’illusione che Liu accarezza è di piegare alle necessità dell’accumulazione la creazione accelerata di classe operaia, inserita però nel piano, quindi regolata ed equilibrata dall’interesse generale. In questo quadro il regolatore supremo è lo stato, la legge è la necessità della produzione, il metodo è l’aumento della produttività. Il partito di classe è inadeguato ad accogliere le nuove spinte di classe, Mao viene sconfitto perché di fronte agli interessi concreti di classe la sua dialettica non riesce ad intravedere il soggetto su cui basare la propria forza. La classe è lì, costituita in forza produttiva sociale, ma non ha raggiunto ancora l’autonomia politica dei propri bisogni per fondare in modo potente il proprio antagonismo. Sembra di essere a Torino negli stessi anni. Anni di lotta durissimi, scioperi, cortei, viaggi a Pechino, spedizioni violente nelle Università, nelle scuole, critica pratica con tutto il carico di violenza rivoluzionaria necessaria, alle fonti stesse della divisione del lavoro, alla legittimazione del lavoro tecnico e scientifico come realtà separata, come forza produttiva non assoggettata ai bisogni politici di classe. È giusto ribellarsi, bisogna sparare sul quartier generale: l’oggettività delle leggi economiche viene spezzata, Liu-Schiao-Chi spazzato via. Ma la classe è ancora minoritaria nella

società e nel partito, il partito è ancora chiuso, in mano al vecchio ceto dirigente. Mao riprende l’iniziativa, l’esercito viene buttato nello scontro, tutti gli equilibri vanno distrutti: è la Grande Rivoluzione Culturale. Le fondamenta stesse della società vengono messe in discussione, il punto di vista operaio si socializza, diventa linea politica, organizzazione, si costituisce esso stesso in partito. Eccoli i radicali di Shangai, Wang Wung Wen, Chang Cing, Ciang Chu Chao, ecco qual è il loro estremismo, ecco da dove deriva la loro forza nel partito. In occidente pochi hanno capito la radice di classe di questo radicalismo. Che cosa è altro la sinistra se non l’interpretazione corretta sulla base della forza operaia delle istanze di rottura permanente per il comunismo? Appare la tattica operaia, si fa l’alleanza con la sinistra istituzionale, con Lin Piao. Ma Lin Piao è marcio fino al midollo, dicono i cinesi, e hanno ragione. Ognuno di noi ricorda, non senza sorridere, lo sconforto che attanagliò i cinesi di casa nostra alla notizia del defenestramento dello stretto compagno d’armi. Si parlò della sconfitta della sinistra, ma ben presto si capì che si era affermato un metodo di lotta che ormai rifuggiva delle astrattezze ideologiche e che avrebbe uniformato lo scontro di classe in Cina per un lungo periodo. Lin Piao, esso stesso di sinistra, forte delle posizioni di sinistra dell’esercito, ridefinisce la struttura del partito e la stessa costituzione dello stato. Sembra il compi-mento logico della Rivoluzione Culturale. Il punto di quiete da cui far marciare la rivoluzione. Ma Lin fa l’errore opposto di Liu-Schiao-Chi, che aveva accettato lo scontro ed era stato sconfitto. Lin vuole rappresentare, mediare il punto di vista di classe sui livelli istituzionali. Di nuovo si fa avanti l’ideologia, le posizioni astrattamente di sinistra, di nuovo la rivoluzione si assolutizza e il suo percorso è scandito dalle istanze morali; le radici di classe, la rivoluzione come risultato delle contraddizioni concrete, materiali, come imposizione sulla base della forza dei bisogni di classe è estranea al cattivo allievo, quanto stretto compagno d’armi, di Mao. E proprio vero, Lin è un borghese, parte dalle idee e non può che approdare al golpe, e naturalmente non può che finire stritolato. L’autonomia di classe nel frattempo si è data i propri strumenti politici, il gruppo diri-gente di Shangai ha costruito la propria identità strutturando l’interesse di classe ai vertici stessi del partito. La dialettica della rivoluzione permanente può riprendere, Mao è arrivato a Shangai. Sul limitare della vita il grande rivoluzionario fa l’esperienza della classe operaia. Le battaglie per la fondazione del partito, la lotta continua per l’affermazione della linea armata per il potere, la Lunga Marcia, la costruzione dello stato si presentano al grande vecchio chiuse e concluse. Nuovi stru-menti sono necessari, fino all’ultimo istante il metodo dev’essere riverificato. Di nuovo Teng Hsiao Ping si oppone a questi verdetti, anche Teng viene sconfitto. Dopo una vita di lotte e di insegnamento, dopo tentativi disperati e qualche volta falliti per costruire il punto di vista operaio, eccolo qui materializzato in milioni di uomini, ecco la stessa dialettica perdere la sua astrattezza; il mondo è stato messo davvero sulle gambe, le gambe degli operai di Shangai. Una fase è conclusa, la costituzione del ’73 la registra, la Repubblica Popolare è una dittatura operaia con l’alleanza dei contadini; da qui riparte la storia, la lotta, la vita: è l’ora della pace per il grande combattente, per l’uomo che tanto ha fatto per la liberazione dell’uomo, per il compagno Mao Tse Tung. Per i vivi è l’ora di continuare la lotta per distruggere il presente. (settembre 1976)

Da “per il potere operaio”, n.1, 1/10/1976, p. 14