coordinamenti operai territoriali


Appunti per un discorso di fase

APPUNTI PER UN DISCORSO DI FASE

La nostra organizzazione aveva diffuso dentro il movimento comunista veneto e a livello nazionale questa bozza di discussione interna. Era nostra intenzione poter “chiudere” questo documento dopo una discussione collettiva con tutti i compagni comunisti e dopo le critiche e i consigli che da più parti del fronte delle lotte pervenivano all’impostazione generale del nostro discorso. La tempesta degli ultimi avvenimenti ha anticipato la stampa di questo documento, che si presenta ancora come bozzone di ipotesi politiche e di proposte concrete; incompleto in alcune parti. Ci impegniamo a pubblicizzare quanto prima la nostra linea politica nella sua interezza. I compagni capiranno.

Organizzazione comunista Collettivi Politici Veneti Per il Potere Operaio.

PRIMA PARTE

Ora che il movimento del ’77 è definitivamente chiuso, ora che il problema per noi è andare oltre, è possibile e necessario ripartire da lì, dalla precarietà di questa tappa cruciale dello scontro di classe in Italia. È inutile, forse, spulciare i limiti e le contraddizioni di questo movimento perché la sua stessa anima e forza è stata la sua malattia mortale: l’anticipo con cui una soggettività diffusa di alcuni strati di classe ha rappresentato «una composizione politica di classe possibile». Ma il movimento, anche quello del ʼ77, non si identifica con la composizione di classe data; è un insieme, più o meno organizzato, di avanguardie politiche, di forze soggettive che, come tale, è parte e intrattiene una relazione, dinamica o statica, con la composizione di classe, ma non arriva mai a identificarsi o combaciare totalmente con essa. La felicità del movimento del ʼ77 è stata non tanto l’«adeguatezza» ma la dinamicità e la forzatura che ha imposto al maturare di configurazioni nuove nel sistema di relazioni produttive. Come tale, è stato movimento, a pieno titolo, di avanguardie politiche di massa. In questo, il movimento del ʼ77, nel suo salto in avanti, esprime anche una continuità politica caratteristica della situazione italiana: il peso della soggettività politica, dell’accumulo di lotte e di organizzazione proletaria sulle determinazioni del circuito di produzione e di riproduzione (l’iniziativa e la ricomposizione proletaria spingono e determinano il cervello capitalistico; la composizione tecnica insegue la composizione politica di classe). La capacità di proiezione «politica» dell’operaio-massa sulla società, sui meccanismi di riproduzione delle classi sociali, impiantata nel centro del ciclo delle lotte di fabbrica ha determinato il saltare delle curve salari-occupazione e la rigidità del mercato del lavoro, ma ha anche determinato quella circolarità di lotte proletarie che ha dato un corpo sociale al rifiuto del lavoro e ha aperto un ciclo di auto valorizzazione del lavoro sociale complessivo. Da questa determinazione proletaria ha dovuto ripartire l’iniziativa capitalistica, assumendo l’intero ambito dei rapporti sociali, produzione e riproduzione, come terreno della ristrutturazione. Ma, ancora una volta, ha trovato l’iniziativa proletaria di fronte. Così una soggettività diffusa è diventata capacità materiale di interpretare la collocazione centrale che lo stato di classe, quello del lavoro precario a media o alta qualificazione – data o in via di formazione – veniva ad assumere, in prospettiva, nella accumulazione capitalistica, nel processo di valorizzazione e immediatamente nella crisi e nella ristrutturazione capitalistica. Riuscire ad unire l’estraneità di questa nuova figura di classe dalla forma della mediazione contrattuale e le sue relazioni, produttive e politiche, con la composizione di classe data e con la sua trasformazione, era il nodo su cui il movimento del ʼ77 doveva misurarsi e su cui sono mancate le forze soggettive. Per questo occorreva impostare il rapporto tra organizzazione-ricchezza della soggettività diffusa (movimento) e composizione di classe. In effetti il movimento, sempre più teorizzato come auto-riproduzione, è rimasto al di qua di entrambi i lati del rapporto. Allora, i passaggi in avanti stanno tutti nella capacità di riprendere lucidamente i termini del rapporto tra composizione di classe e organizzazione; al di fuori di questo, qualsiasi tentativo di continuità del movimento si dà come regressiva e incapace di affrontare i compiti di fase. Dobbiamo, dunque, ripartire, anche se molto sinteticamente, dai principali dati della trasformazione del processo di valorizzazione e quindi della composizione di classe, a partire dalle risposte che il capitale nazionale, nel quadro di quello internazionale, è stato costretto a dare al ciclo di lotte dell’operaio-massa nelle metropoli capitalistiche. Di fronte all’ampiezza e alla forza del processo di auto-valorizzazione proletaria, dispiegato sull’intero rapporto di produzione e di riproduzione, il capitale ha aperto una fase di ridefinizione del processo di valorizzazione che riuscisse ad avere un carattere di penetrazione e continua erosione della compattezza e della rigidità del cuore di classe; evitando la forma, sconfitta politicamente, del piano come impatto frontale con i livelli di autonomia di classe. La crisi, come forma stessa dello sviluppo è diventata la forma più adeguata alla continua e puntuale verifica dei rapporti di forza, al trasformarsi dell’economia politica in riarticolazione continua del comando capitalistico e in «guerriglia» politico-economica contro il corpo di classe. Si può parlare, come è stato detto, di «ristrutturazione singhiozzante» e di «riconversione strisciante» per descrivere il carattere discontinuo e politico di questa riarticolazione dei rapporti di produzione. Questo non contraddice, ma anzi realizza politicamente, l’emergere di direttrici fondamentali della riorganizzazione capitalistica internazionale, nella fase delle multinazionali, che hanno al centro un diverso rapporto mondiale fra massa e saggi di plusvalore nel rapporto e all’interno di aree politiche la cui determinazione è data dai saggi differenziati di conflittualità nel ciclo internazionale dell’operaio-massa. «L’Italia come punto medio capitalistico e punto alto operaio», è doppiamente al centro di questa riorganizzazione del mercato mondiale dei processi di valorizzazione. Tutto converge in un attacco concentrico alla rigidità politica, operaia e capitalistica, del rapporto tra fabbrica tayloristica e operaio-massa.

1) Sempre nel carattere discontinuo e politico, legato alla dimensione dei rapporti di forza, «quindi tendenziale»: il passaggio, dell’asse portante dell’accumulazione, dalla produzione di beni di consumo durevoli alla prevalente produzione di mezzi di produzione. Questo come passaggio a una nuova distribuzione internazionale degli operai di fabbrica in una nuova composizione internazionale della classe operaia. Assistiamo al decentramento internazionale dell’operaio comune e massificato di linea nelle aree mondiali a nuova industrializzazione, come rottura e salto nel vecchio assetto imperialistico mondiale. L’operaio-massa si decentra dalle metropoli capitalistiche e, insieme, si moltiplica con l’impianto ex novo di linee di lavorazione di grandissima serie in paesi a tecnologia bassa o media. Nella situazione italiana questo fa sì che «la ristrutturazione ha proprio la caratteristica di uscita, superamento della vecchia fabbrica razionalizzata, “tayloristica”, concentrata e rigida e verticalmente integrata, linearizzata, ultrameccanizzata, che la classe capitalistica italiana aveva realizzato con grande ritardo solo negli anni a cavallo tra il ’50 e il ’60, cioè la vecchia fabbrica dell’operaio-massa, quella della Mirafiori del 1961».  Non è la scomparsa dell’operaio-massa, che ancora resta, nella forza della sua rigidità politica, perno centrale della stessa forma dell’iniziativa capitalistica. Si ha però, l’emergere di una nuova forza lavoro di tipo nuovo, «frutto di un rapporto reciproco fra processi di autovalorizzazione proletari e adattamento della risposta capitalistica nella trasformazione dei processi di valorizzazione». È una nuova qualità e complessità dell’intera forza lavoro che esprime l’incorporamento di un nuovo livello di sapere sociale, che marcia in un «reciproco rapporto tra intellettualizzazione dell’operaio di fabbrica e fabbrichizzazione e operaizzazione del lavoro e del lavoratore intellettuale».

2)  «La nuova forma della valorizzazione socialmente diffusa». Sotto la spinta della proiezione sociale della lotta operaia e del rifiuto del lavoro, il capitale è stato costretto a estendere il processo di socializzazione dei rapporti di produzione. La valorizzazione viene diffusa sul territorio con la disarticolazione e la dispersione del ciclo, per renderlo più flessibile, per affrontare la nuova qualità e forma dell’offerta. È insieme un allargamento del processo di valorizzazione, in cui in Italia torna a diventare fondamentale la massa complessiva di plusvalore, e una forma nuova in cui vengono a combinarsi un uso della nuova dimensione sociale della cooperazione lavorativa e una riorganizzazione, con qualità nuove, del comando centrale di impresa. È, innanzitutto, la fabbrica diffusa, in cui il vecchio intreccio sviluppo-arretratezza viene sconvolto e riorganizzato a partire dal peso dei settori più avanzati, in cui diventano dominanti la diffusione di tecnologia e qualificazione medio-alte. È la «fabbrica sociale», in cui è direttamente il nuovo livello di sapere sociale incorporato nella forza lavoro come insieme che viene «macinato» all’interno della valorizzazione capitalistica. Questa è la frontiera più avanzata della socializzazione capitalistica, in cui si distrugge la vecchia figura del disoccupato (fine degli strumenti di controllo degli equilibri di sotto-occupazione keynesiani): le potenzialità cooperative ormai tutte e solo interne alla crescita del lavoro sociale. Qui non basta più la dimensione d’impresa, è direttamente lo stato che, di fronte alla caduta privata del saggio di profitto, organizza il plusvalore della generale produttività sociale attraverso l’integrazione di tutta la società nella fabbrica. Altro che emarginazione, «altra società», ecc.!

3) La sfera della riproduzione dei rapporti sociali deve integrarsi sempre più direttamente e in modo «governato» al processo di produzione e di valorizzazione. È ancora una volta una dimensione tutta imposta dalle lotte. Quando è la dimensione della generale produttività sociale che si impone come ambito del processo di valorizzazione, le sue condizioni di riproduzione devono essere ricondotte alla forma del dominio capitalistico; ogni breccia diventa un varco ai processi di autovalorizzazione proletaria. Il capitale deve distruggere le sue separatezze, lo Stato del comando deve diventare sempre di più lo Stato del dominio delle condizioni di produzione e riproduzione, direttamente. La spesa pubblica cessa di essere strumento di governo del ciclo per diventare requisito essenziale della gestione dell’accumulazione, punto nodale della compatibilità e della integrazione tra rapporti di produzione e riproduzione. È indubbio che la ristrutturazione dal ’73 ha agito pesantemente sul corpo di classe, nonostante la continuità di resistenza dello strato centrale di classe, anche per il carattere sempre più scontato politicamente di questa resistenza da parte del capitale. Ma l’ipoteca che la lotta operaia e proletaria ha posto sull’intero arco dei rapporti sociali ha posto un paradosso politico che è ancora la centralità e la debolezza dell’anello italiano: la ristrutturazione (e la ristrutturazione è comando) ha agito, ha ridimensionato, scomposto, differenziato, ma non ha rotto la continuità dei processi di accumulo politico di soggettività operaia e proletaria. Questa è la contraddizione aperta da entrambi le parti. Su questo si è determinata la forma stessa della ristrutturazione, la sua impossibilità a darsi come progetto complessivo. La forma del piano, a fronte della continuità dei processi di organizzazione proletaria, non può più essere legata alla dimensione di programma, ma alla compattezza e alla intensità delle mediazioni politiche e di comando sociale, che il sistema politico è in grado di mettere in campo. Non a caso, il piano torna a darsi, nell’edizione Pandolfi, direttamente correlato alla costruzione (e alla coercizione attraverso lo SME) di una strumentazione politica capace di reggere l’omogeneità sulle direttrici politiche generali. La continuità dei processi di accumulo politico di soggettività proletaria ha portato dentro il marciare della ristrutturazione a possibilità altissime di ricomposizione adeguate alla nuova dimensione del lavoro sociale, al dilatarsi della fabbrica nella società: emerge «tendenzialmente» una figura produttiva complessiva: l’operaio sociale. Ma già qui occorre intendersi: non è questa la composizione di classe data, ma il rapporto che si è creato fra estensione e socializzazione dei processi di valorizzazione e continuità dell’organizzazione proletaria. L’unità del lavoro sociale, come forma generale della produttività, può entrare nel processo di valorizzazione solo distorta, spezzata, disgregata nelle forme di dominio. Allora, possiamo chiamare «operaio sociale» la potenzialità di ricomposizione e di unificazione politica che l’emergere di queste nuove figure della composizione di classe porta con sé nella dimensione raggiunta dalla cooperazione sociale. Di per sé, non è operaio sociale né il lavoro precario o part-time, né i segmenti intellettuali o l’intellettualizzazione del lavoro operaio; né è più operaio sociale il lavoratore dei servizi di quanto lo sia l’operaio di linea della grande fabbrica tradizionale. Operaio sociale non è uno strato dell’attuale composizione di classe, ma la dimensione sociale raggiunta dai rapporti di produzione e riproduzione rovesciata e ricomposta dal punto di vista della soggettività rivoluzionaria, proprio perché oggi l’unità di tutto il lavoro salariato, di tutto il lavoro produttivo sociale pone materialmente il problema di una riorganizzazione sociale adeguata alla forza produttiva del lavoro associato. Quando lo Stato diventa gestione unitaria e diretta del rapporto di produzione e di riproduzione, e il processo di valorizzazione si misura direttamente con la produttività del lavoro sociale associato, allora la capacità di dispiegare totalmente questa nuova figura complessiva, produttiva e di massa, diventa tutt’una col progetto comunista; ricomposizione e autovalorizzazione proletaria si sovrappongono e si intrecciano dialetticamente. Operaio sociale è «l’ipoteca»  che la lotta operaia e proletaria ha posto dentro la socializzazione dei processi di valorizzazione e dentro la riarticolazione del comando capitalistico; è la possibilità materiale, fondata sui processi di lotta, di rovesciare in unità politica la ricchezza della nuova dimensione cooperativa del lavoro sociale che è oggi contesa fra autovalorizzazione e valorizzazione capitalistica. Questo è un punto di fondo che ci separa nettamente da altri compagni: per noi «l’operaio sociale» è prima di tutto un «progetto politico»,  un rapporto inscindibile fra ricchezza e potenzialità di questa composizione di classe e soggettività politica. Non si dà, oggi, possibilità, dal punto di vista comunista, di atteggiamenti contemplativi della ricchezza di questa composizione di classe. Se è ancora oggi vero che il concetto di organizzazione e di partito deve fondarsi su quello di composizione di classe, lo ritroviamo in una dialettica infinitamente più ravvicinata e più intrecciata che nel passato, e non solo quello di Lenin, ai processi di ricomposizione di classe. Se non si dà tendenza senza soggettività che l’interpreti, oggi, brutalmente, non si dà progetto politico dell’operaio sociale senza organizzazione di partito. Perché solo un processo di organizzazione dispiegato può riuscire a tenere uniti un percorso ricchissimo di anticipazione e rovesciamento delle tendenze interne agli strati di classe e costante «rottura politica»  delle separatezze, fondate materialmente sulle forme del dominio e della ristrutturazione capitalistica. Su questo terreno, invece, vediamo aprirsi una forbice drammatica tra potenzialità e difficoltà della fase, da un lato, e adeguatezza delle forze soggettive e organizzative, dall’altra. Il radicamento delle forme organizzative non riesce a trovare una scala sufficiente a darsi come progetto di ricomposizione e come contropotere dispiegato. Questa forbice si sta già facendo sentire pesantemente rispetto a momenti dinamici e nodali per un riassetto organizzato della composizione politica di classe. Un esempio ne abbiamo avuto nella lotta degli ospedalieri in cui, nell’emergenza impetuosa delle potenzialità di lotta e di rottura del controllo riformista, che l’operaizzazione di altri strati sociali comporta, sono emersi drammaticamente i nodi irrisolti. Proprio nella lotta che ha visto il massimo di esautoramento della legittimità operaia alla mediazione sindacale, si è avuto il massimo di riaffermazione statale della sua forma e forza di mediazione politica. «E la crisi della legittimità sociale non ha avuto la forza di trovare i passaggi per trasformarsi in crisi della legittimità politica». Per questo occorreva la capacità politica di indicare e costruire i passaggi organizzativi necessari a farle ripercorrere la riorganizzazione di tutto il pubblico impiego, da un lato, e la proiettassero socialmente contro il taglio della spesa pubblica, dall’altra. In effetti, le forze organizzate dell’autonomia sono riuscite a essere interne, a dimostrare ancora una volta il carattere interno alla nuova dimensione della composizione di classe, ma paurosamente insufficienti a sostenere organizzativamente la dimensione progettuale; là dove oggi si colloca politicamente l’esautoramento del governo sociale riformista. Ma la forbice diventa drammatica soprattutto nei tempi dello scontro di classe, nel confronto con l’iniziativa dell’avversario – che va acquistando respiro e organicità. Stiamo entrando in una fase dinamica rispetto ai rapporti di forza. Sempre più difficile diventa da entrambe le parti la riproduzione statica dei rapporti di forza; dal punto di vista capitalistico, nella continua estensione dell’insubordinazione che la socializzazione del processo di valorizzazione porta con sé a partire dalla continuità politica che s’instaura; dal punto di vista operaio nel garantire una compattezza di resistenza politica, a fronte di una continua ridefinizione del corpo di classe, senza trasformarla in un processo di ricomposizione politica di tutto il lavoro sociale. Continua a crescere da parte capitalistica questa consapevolezza. Se non si vuole leggere il piano Pandolfi solo come edizione aggiornata del libro dei sogni del capitale, va colto lo sforzo di costruzione di una volontà politica adeguata ad organizzare la strumentazione necessaria alla disciplina, nella valorizzazione capitalistica, della nuova dimensione del lavoro sociale. Il carattere politico della ristrutturazione discontinua ha come prerequisito essenziale una strumentazione di comando e controllo politico adeguato. Ancora una volta, per il capitale collettivo, ristrutturazione del sistema dei rapporti di produzione e ristrutturazione-stabilizzazione del regime politico si intrecciano e si condizionano a vicenda. Entrambi i lati si danno come contraddittori e non lineari, a partire dal segno che portano dell’iniziativa operaia; entrambi hanno però, oggi, carattere dinamico. Il segno operaio spiega l’intreccio tra stabilizzazione della forma istituzionale del governo sociale e instabilità politica del governo. Leggere uno solo di questi aspetti vorrebbe dire «perdere il carattere dinamico della fase attuale dello scontro, cadere o nell’oggettivismo che vede ormai affidata ai rapporti di capitale la trasformazione della composizione di classe, o nell’avventurismo di chi vede nella macchina statale l’unico ostacolo alla maturità dei processi di liberazione». È indubbio che proprio dentro la crisi dell’assetto politico, della sua adeguatezza ai rapporti di produzione e allo scontro di classe, il livello istituzionale, la forma-Stato ha compiuto in Italia un enorme processo di riorganizzazione. L’asse portante è stata la trasformazione del patto sociale, da forma politica, incontro e mediazione di volontà politiche delegate, a forma istituzionale, con un ampliamento e una socializzazione delle forme di organizzazione e di trasmissione del comando statale, adeguate alla gestione diretta dell’accumulazione e al comando sulla dimensione raggiunta dalle forze produttive. Lo Stato ritrova la sua legittimità nell’esercizio di fatto del comando sociale, funzione della capacità di disarticolazione e stratificazione del lavoro sociale. Partito e sindacato ribaltano la vecchia formula della società liberale, invertono la direzione del  processo di trasmissione della volontà, si fanno Stato. Questo processo di istituzionalizzazione ha permesso di portare a compimento la riorganizzazione del comando statale, di svuotare definitivamente la forma ormai vuota del Parlamento, come momento di formazione e di mediazione di volontà politiche. Hanno ragione i parlamentari a protestare contro i moralismi dell’assenteismo parlamentare, il loro lavoro si svolge realmente altrove, le commissioni diventano molto di più: gli organismi reali di istituzionalizzazione del patto sociale e la forma adeguata di continuità del comando politico. Rimangono i radicali e i neo-parlamentari a invocare l’assise che legittimi il loro ruolo! Al Parlamento rimane però una funzione: quella di registrare periodicamente e puntualmente la forma della crisi politica, lo scontro di classe come termine reale di confronto della riorganizzazione istituzionale. Ed è il punto nodale dove l’istituzionalizzazione deve misurare la sua funzionalità al governo dello scontro di classe. Questa contraddizione lega le due facce del marciare del processo di istituzionalizzazione e di riorganizzazione del comando statale e della precarietà dichiarata dell’assetto politico. La contraddizione si scarica oggi centralmente nel Pci. La Dc, sfruttando anche la progressiva integrazione internazionale, ha portato fino in fondo la sua identificazione con gli apparati, la riorganizzazione statale, sostituendo la centralità statale alla centralità politica. Si è potuta permettere un aumento della flessibilità politica, garantita dalla rigidità statale e istituzionale, scaricando così l’insieme delle contraddizioni sul Pci. L’ultima crisi è il prodotto di questa contraddizione fondamentale. Il Pci è entrato ormai irreversibilmente nello Stato, ma non è riuscito a entrare nel governo; questo perché il governo sociale, prodotto dall’istituzionalizzazione del partito e del sindacato, non è riuscito ancora a superare il suo carattere formale (nel senso di istituzionale e non di vuoto!), a diventare rottura della continuità dei processi di organizzazione proletaria, a rompere quindi la continuità nella trasformazione di classe. Questo è il dato positivo; contrario a qualsiasi mito di recuperabilità del PCci, che sconta invece il carattere irreversibile del patto istituzionale. Anche se questo, tatticamente, nel breve periodo, può innalzare un polverone, sulla nuova posizione del Pci, di ostacolo al processo di logoramento di massa dell’egemonia revisionista sugli strati di classe che si è iniziato.  L’uscita del Pci dalla maggioranza è il tentativo di rivitalizzare formalmente i termini della contraddizione: tenere insieme opposizione e governo. «Stare all’opposizione con una cultura di governo», come indicano gli illuminati del Pci, cioè rivitalizzare nel proprio apparato una capacità di mediazione e di governo degli strati sociali che dia per acquisito il definitivo inserimento nell’assetto istituzionale. Ricostruire una forza alla propria capacità di governo. L’opposizione diventa sempre più formale, il governo sempre più sostanziale. Ancor più in questo passaggio attuale il compromesso storico si dà come miseria strategica e forza tattica; miseria strategica perché organicamente estraneo e nemico alle possibilità della nuova composizione di classe; forza tattica perché interprete reale del carattere politico della ristrutturazione di capitale («anche se estraneo ad una sua capacità di guida oltre che di rovesciamento»). È molto più la collocazione oggettiva di questo ruolo, oltre al furore ideologico, a spingere continuamente il carattere forcaiolo del riformismo attuale. Questa divaricazione è un varco enorme a processi di massa, di rottura della mediazione, ma nella forma della possibilità, non della spontaneità; a patto di saper legare in modo organizzato e dispiegato la forza attuale della mediazione alla sua tendenziale debolezza, cogliendo i passaggi che trasformano un sistema di bisogni in un sistema di lotte.

SECONDA PARTE: linea politica e prassi di un progetto comunista

SOGGETTO COLLETTIVO COMUNISTA E SUA MILIZIA
Una grande confusione ed un’impressionante faciloneria sembrano caratterizzare, nella fase attuale, il dibattito politico tra i compagni comunisti con gravi e conseguenti ripercussioni nella dinamica interna alle sezioni comuniste organizzate dell’ AUTONOMIA OPERAIA in merito alla questione della militanza comunista e sulle caratteristiche «moderne» della soggettività combattente.
La faccenda ci preoccupa perché le soluzioni politico-organizzative date al problema in una direzione o in un’altra marcano poi in maniera essenziale lo sviluppo della linea politica nei processi «per la organizzazione» del nostro paese.
Quindi, giocoforza, occorre partire da lontano.
È indubbio che la complessità dei rapporti sociali di classe in un paese «a tardo capitalismo», accompagnata dall’enorme mostruosità dell’apparato burocratico-militare della legalità del comando dello Stato Capitalistico Multinazionale e dall’estensione sociale articolata e radicata del sistema politico delle istituzioni sindacato-partiti in funzione di controllo del consenso proletario al dominio borghese e alla dittatura capitalistica sulla società civile, comporti, questa complessità, una risposta a sua volta articolata e complessa.
La costruzione, quindi, del soggetto comunista o si fonda nella risoluzione, di volta in volta parziale nella pratica, di tutti i problemi sovraesposti o cresce viceversa solamente su alcune loro parti.
Il nodo da sciogliere è questo.
A noi comunisti interessa ragionare su due posizioni presenti tra i compagni.
In primo luogo con quella espressa dai compagni comunisti del «partito armato».
A questi compagni siamo vicini per la comune convinzione che l’elemento indispensabile per la fuoriuscita dall’opportunismo e da linee politiche revisioniste, per decenni se non da sempre presenti e dominanti nel movimento operaio e proletario, come per un’ipotesi possibile di potere operaio rivoluzionario, sta questo elemento, «nella scelta di campo della lotta armata», IN QUANTO DISCRIMINANTE DI CLASSE PER QUALSIASI DISCORSO O PROGETTO DI RIVOLUZIONE COMUNISTA  NELL’OCCIDENTE CAPITALISTICO.
Su questa acquisizione storica, teorica e pratica, radicata al nostro interno strutturalmente in passaggi politico-organizzativi irreversibili, non si torna più indietro.
Il problema, allora, diventa su come la lotta armata comunista si sviluppa e si organizza.
Dare continuità ad un progetto di fuoco contro l’aspetto burocratico militare della dittatura capitalistica, con l’intelligenza ed il metodo necessari e particolari che ciò richiede, crediamo sia indispensabile per una prospettiva comunista di reale liberazione ma, c’è sempre un ma se tutto questo è legato alla strategia e alle tattiche di fase con altri aspetti del nostro discorso: dalla rottura del consenso al revisionismo, alle lotte operaie contro i rapporti di produzione e riproduzione capitalistici.
Come dirlo in altri termini?
Noi pensiamo, ad esempio, che il movimento operaio storico «in quanto tale»  rappresenti un fortissimo ostacolo per qualsiasi possibilità di salto rivoluzionario nel nostro paese.
Cioè pensiamo che la sconfitta della «cricca berlingueriana» non potrà non essere effetto, per essere vittoria proletaria, della crisi politico-ideologica dell’interno mov. op. storico e di una sua auspicata rottura organizzativa, umana e di credibilità storica.
Affermare questo è una cosa, lavorare al contrario per un «ricambio» della sua direzione è un’altra, ereditando in tal modo l’intero patrimonio riformista, nell’impianto come nella qualità del soggetto proletario d’avanguardia.
Questo movimento istituzionalizzato è un prodotto pluridecennale delle lotte di classe tra proletariato e capitale, risultato materiale di una sintesi ininterrotta che ha visto e vede la classe incapace, da questa posizione, di partorire una linea politica di attacco all’iniziativa capitalistica, linea sempre difensiva.
Nella sua struttura materiale, nelle persone come nei rapporti organizzativi tra queste persone, tale movimento è nato e cresciuto in posizione subalterna al «mondo capitalistico».
Cambiarlo, dunque, significa romperlo.
Bene, ma come?
Non certamente saltando, senza meditazione nella linea di combattimento, da un livello di critica ideologica a un livello di giustizia sommaria.
Anche se contro «porci, spie, ruffiani del nemico di classe», la linea di combattimento non può «ignorare» che in questa fase, ora, questi sono particolari individui, legati a strutture politiche e sociali, capaci di gestire strati di maggioranza di classe e quindi, da subito, pronti ad innescare confusione, mistificazione ed isterismo anticomunista, con il pericolo di un capovolgimento all’interno della classe di un corretto misurarsi degli operai e dei proletari con la proposta e le ipotesi del progetto comunista di combattimento e di liberazione contro e dallo sfruttamento capitalistico.
Ad un programma di organizzazione per individuare e smascherare i revisionisti compromessi, con una adeguata risposta militante «di fase», occorre parallelamente praticare con priorità la critica politica, pubblica, sul terreno delle contraddizioni di classe e sullo stato reale dei rapporti di forza tra capitale e proletariato in fabbrica, nei settori della produzione sociale, nei territori.
Obbligare il revisionismo a confrontarsi sul terreno che la tua battaglia vuole praticare: questo è il compito principale, oggi, per le avanguardie comuniste.
Ma per poter fare tutto questo c’è bisogno di «una leva di rivoluzionari» le cui caratteristiche generali non sono riconducibili unicamente alla «dimensione clandestina».
Cioè ad un’impostazione della militanza utile allo sviluppo di ben determinati compiti di un’organizzazione comunista matura, «ancora da conquistare», ma monca se non è immersa in un’articolazione organizzativa, molto, molto, più vasta.
Dove non siamo più d’accordo è quando una possibile qualità dell’organizzazione viene ad assumere un «carattere di universalità»  nelle soluzioni alle domande e alle necessità di organizzazione.

ROTTURA DELLA CONTRADDIZIONE CLANDESTINITÀ – NON CLANDESTINITÀ
La contraddizione clandestinità-non clandestinità ha assunto negli anni una funzione via via sempre meno positiva all’interno del movimento comunista.
Non si può negare che il concretizzarsi nei territori dell’occidente dei fuochi comunisti sia stato un qualcosa di fondamentale.
È stato utile ed intelligente dialettizzare all’interno del movimento comunista questa contraddizione, favorendo quei processi che riassumevano in parte le caratteristiche complessive del quadro comunista e dell’organizzazione che su di esso va costruita.
In un laboratorio eccezionale quale è la realtà reale e il movimento continuo delle cose e degli uomini, si sono sviluppate tutte le energie, le istituzioni, le ipotesi, le esperienze dei comunisti, riconducibili alle fasi precedenti e con i lori limiti; in un periodo dove non era possibile disciplinare «tutti i comunisti» in un percorso omogeneo e unitario di progetto.
Il passaggio di centinaia di compagni alla lotta armata, nell’ideologia come nella prassi, ha arricchito questa ipotesi, ha insegnato a noi tutti il loro possibile sviluppo futuro dentro un processo più generale, con le eventuali ripercussioni negative e positive dentro la classe a partire da una loro applicazione.
Bene. Possiamo affermare che la fase della semplice sperimentazione è finita.
La lotta armata è una variabile proletaria, indipendentemente dalla logica dello sviluppo capitalistico.
Ne consegue che un ulteriore passo in avanti del lavoro dei comunisti, delle organizzazioni rivoluzionarie, è e sarà positivo se assumerà i compiti e le responsabilità proprie di una nuova fase, questa volta più complessa e matura.
In altre parole deve passare in secondo piano nella discussione, nelle scelte, nella pratica, l’accentuazione di spinte fuorvianti, portate alla differenziazione netta, totalizzante, su criteri parziali della militanza comunista.
Per essere più chiari sosteniamo che la propaganda della lotta clandestina e di quella non clandestina, con percorsi diversi dentro il movimento comunista, con tutte le articolazioni di discorso e di pratica, ha dato i suoi risultati voluti. Continuare con questa metodologia sarebbe il suicidio soprattutto se c’è il pericolo di una spaccatura in un corretto equilibrio dinamico, tra questi due poli della lotta armata nel nostro paese.
Questo perché «la forma non clandestina» deve fare i conti con tutto l’arco dei problemi: ristrutturazione capitalistica nella sfera della produzione e della riproduzione, tenuta e crescita del potere proletario organizzato, pratica del programma nelle forme più opportune di lotta e di organizzazione degli strati proletari.
E non è poco compagni!
Se poi «la forma clandestina» rompe questo corretto rapporto con i problemi sopra elencati, rapporto politico per eccellenza e accelera i propri processi, allora il pasticcio diventa il tragico errore con brutte prospettive.
Guarda caso, ci troviamo in una situazione del genere.
Non è possibile, «siamo contrari», che la ricchezza e le dimensioni della lotta armata vengano ricondotte, marcate in modo univoco, dalle azioni di combattimento, che tutti noi conduciamo, contro gli aspetti burocratico-militari del nemico e alle qualità tecniche e politiche d’impianto che permettono di eseguirle.
Non si possono ghettizzare i compagni e soprattutto le future potenzialità proletarie solamente su uno dei modi di condurre il combattimento. Il movimento bisogna arricchirlo della complessità dei problemi; occorre operare perché si armi e si rafforzi per sostenere ed accettare la sfida capitalistica su tutti i fronti dove si danno conflitti di classe.
Lo stile di lavoro dei comunisti è, da oggi in poi per quanto riguarda i criteri e le leggi per la costruzione del partito rivoluzionario, una questione interna ai comunisti e al loro lavoro.
Se alcuni compagni, invece, continueranno a spingere l’acceleratore per uno schieramento drastico, sui tempi lunghi, tra i compagni del movimento comunista, sui diversi modi di organizzare il combattimento, da parte nostra, verranno prese istanze sempre più nette, con una chiara lotta politica contro queste posizioni.
Perché, compagni, non possiamo permetterci il lusso, tutti noi, di mostrare semplicemente a migliaia di compagni che è possibile azzoppare e giustiziare un nemico di classe se nel contempo non lavoriamo, o «lavoriamo contro», per costruire una diversa qualità complessiva del soggetto collettivo comunista; diversità, se permettete, da quello che è stato ed è il soggetto revisionista.
A noi non va bene una sintesi tra «sinistrismo democratico di base» interno al revisionismo e volume di fuoco come unico modello di militanza organizzata comunista.
La clandestinità ha certi percorsi e cittadinanza, per chi la pratica, ma non può essere giustificazione per l’opportunismo di altri e su altri terreni.

3) PARTITO – UNITÀ E SEPARATEZZA
CICLI DI LOTTA E MOVIMENTO COMUNISTA ORGANIZZATO
A noi interessa, ripetendo, un soggetto comunista collettivo in grado di inchiodare l’avversario revisionista su tutte le contraddizioni della sua politica; un soggetto «riconoscibile» politicamente dai proletari in lotta, senza parametri o travestimenti che vadano a confondere la sostanza del tuo discorso (travestimenti non confusi certamente con le necessarie norme di sicurezza della struttura interna dell’organizzazione, o con altro.)
In questo passaggio di discorso sta un’altra questione che va affrontata con quei compagni che della parola d’ordine dell’organizzazione, del partito, danno un’interpretazione, secondo noi, poco chiara e nella sostanza scorretta.
Infatti la nostra polemica con i compagni del «partito armato» non mette in secondo piano, o addirittura fa sparire come se lo augurano i corvi vicini e lontani, il problema della costruzione di un processo nazionale di centralizzazione dei comunisti; anzi, semmai lo riafferma come prioritario e «indispensabile».
Converrà, quindi, soffermarci su alcune «categorie» di discorso, mai ben chiarite ed analizzate all’interno del Movimento Comunista e dell’autonomia operaia organizzata, in particolare, anche se fiumi di inchiostro, con dotte e cattedrattiche analisi, hanno riempito la stampa comunista.
Quando parliamo di «soggetto comunista collettivo» intendiamo ben precisi comportamenti, ambiti, forme, metodo e compiti.
Nel senso che non solo «discriminiamo» tra i rivoluzionari ma anche e innanzitutto tra questi e i movimenti spontanei di massa che si danno periodicamente, «per cicli», su ben determinati rapporti di forza tra le classi.
Andiamo per ordine.
LENIN sostiene : “Quali sono le esigenze essenziali che ogni marxista deve porsi nell’analisi delle forme di lotta? In primo luogo, il Marxismo differisce da tutte le forme primitive di Socialismo, in ciò che esso non lega il movimento a una determinata forma di lotta.
Esso riconosce le forme di lotta più differenti, e non le «inventa», ma non fa che generalizzarle, organizzarle e rendere coscienti quelle forme di lotta delle classi rivoluzionarie, che sorgono spontaneamente nel corso del movimento.
Irriducibilmente ostile ad ogni formula astratta, ad ogni specie di ricette dottrinarie, il Marxismo richiede un atteggiamento pieno di attenzione verso la lotta di massa che si sta svolgendo e che genera sempre nuovi e diversi metodi di difensiva e offensiva, in relazione con lo sviluppo del movimento col crescere della consapevolezza delle masse, con l’aggravamento delle crisi economiche e politiche.
Perciò il Marxismo non respinge in modo assoluto nessuna forma di lotta. In nessun caso il Marxismo si limita ad impiegare le forme di lotta possibili ed esistenti solo in un dato momento, riconoscendo che, col mutamento di una data congiuntura sociale, sono inevitabili nuove forme di lotta sconosciute ai militanti del periodo dato.
Sotto questo rapporto il Marxismo impara, se ci si può così esprimere, dalla scuola pratica delle masse, non avendo affatto pretesa di insegnare alle masse forme di lotta escogitate da dei “fabbricanti di sistemi” nei loro gabinetti..».
Siamo d’accordo.
I movimenti spontanei di massa devono essere diretti, fin dove è possibile, sui terreni di rottura, della legalità borghese e dei lacci della pace sociale ma, da parte comunista, senza pericolose illusioni sulla loro possibilità,« ogni volta», di tenuta e di continuità di discorso e di pratica.
Qui non si tratta di avere o non avere fiducia nelle masse e nella loro capacità di dire l’ultima parola nella risoluzione dei conflitti di classe in una fase storica – nel nostro caso poi il dubbio interrogativo sarebbe mal riposto.
Semplicemente è ora di finirla col mistificare la realtà di classe in tutta la sua estensione con la realtà del Movimento Comunista Organizzato e della soggettività rivoluzionaria in particolare.
Quante volte parlando di organizzazione non si capisce di quale «tipo» di organizzazione si tratti, di chi deve essere ed è organizzato: l’organizzazione dell’operaio sociale non è proprio la stessa cosa dell’organizzazione dei comunisti, e così via.
Si tratta di dire e chiamare ogni cosa con il proprio nome, con il massimo di chiarezza possibile tra i rivoluzionari e dentro il M.C.O., che è un’altra cosa.
E se parliamo di M.C.O. bisogna distinguere tra soggetto collettivo nella sua interezza e funzioni e ambiti di direzione del quadro comunista, che a sua volta è un’altra cosa.
È acquisito definitivamente, tra di noi, dall’esperienza, e non solo dalla teoria, che c’è «separatezza», ci deve essere separatezza, tra soggetto comunista e movimenti spontanei. Separatezza non nel senso che l’uno sta sulla luna e gli altri sulla terra ma nella capacità di organizzare con «continuità» l’iniziativa proletaria dentro i sommovimenti spontanei, con l’autonomia della propria critica e di battaglia politica al loro interno.
Non è possibile legare “le fortune e le sorti” della soggettività comunista alle esplosioni di lotta e alle loro ricadute senza determinare soglie politiche e organizzative in grado di sedimentare e raccogliere le potenzialità proletarie di rottura che queste esplosioni liberano dalle pastoie del revisionismo e dalle catene dell’organizzazione capitalistica.
Esaltare, giustamente, la spontaneità senza vederne la negatività è un grosso errore politico e di impostazione del discorso.
Questa continuità dentro la classe, all’interno delle sezioni di proletariato, non può che essere garantita che dalle strutture operaie e proletarie, cioè dal M.C.O.
Una rete proletaria, articolata, e ricca nella sua complessità, omogenea sul programma, sulla metodologia per la sua realizzazione; una soglia politica organizzata, quindi, per poter articolare il programma, come cuneo da lanciare continuamente contro il muro di gomma revisionista; punto di riferimento di classe, per la classe, per l’esercizio del potere proletario in quanto rottura ed illegalità dei comportamenti proletari «dentro» i territori.
Il M.C.O. è qualcosa di radicalmente diverso, nell’impianto come nella capacità di offesa, dai movimenti ciclici di massa. E questo per noi è una netta discriminazione di linea politica.
Il M.C.O. si dà al proprio interno quegli strumenti e quello stile di lavoro che gli consentono di costruire un ponte tra le diverse fasi dello scontro di classe.
Quindi l’M.C.O. lavora con metodo, in ben precisi ambiti, dentro «forme» organizzate concrete, con compiti precisi.
Lo si può riassumere in:
a) articolazione del programma comunista a livello territoriale;
b) sviluppo dell’illegalità di massa e pratica del contropotere proletario;
c) strutture militanti verificate continuamente sulla capacità di costruire programma e sull’uso della forza proletaria, necessaria per concretizzare le parole d’ordine.
Certo, questo è il piano di lavoro ma non bastano questi passaggi per garantirne la realizzazione.
Infatti noi distinguiamo tra i rivoluzionari per compiti e per funzioni; cioè pensiamo che se di «eguaglianza» tra comunisti si deve parlare – i compagni di strada sono un’altra cosa – questa va intesa nel senso di una comune responsabilità politica, di una eguale verifica pratica della militanza di ciascun compagno, di una eguale consapevolezza della necessità di uno stile di lavoro «disciplinato».
Non certamente, però, in un appiattimento formale ed in una mistificazione ideologica, nel concetto di «Uguaglianza», propri solo storicamente, nella loro massima esemplificazione, del capitalismo e della legalità e morale borghesi.
In definitiva, fuori dai denti, i compiti e le responsabilità funzionali al progetto tra i compagni «non» sono, appunto, eguali.
Parallelamente all’impostazione politica e alla costruzione concreta delle organizzazioni proletarie del partito noi affermiamo il concetto di materialità del partito in quanto «struttura centrale», di direzione, di sintesi politica ed organizzativa, di cassaforte della intelligenza collettiva comunista e della ricchezza del programma proletario.
Due soglie, quindi, l’M.C.O. e la direzione di partito strettamente unite ed «intersecate» nell’oggettività dei percorsi di lotta e di combattimento, nella militanza dei compagni, «ma anche con tempi e metodologie diverse, autonome tra loro».
Direzione dell’M.C.O. non «imposta dal cielo o dall’esterno», come amano dire amleticamente alcuni compagni, ma conquistata, provata, riconosciuta, nei fatti, nelle scadenze, dell’impegno, dell’indicazione di nuove possibilità, di nuove ipotesi.
Ma, ancora, «funzione di direzione» imposta con la più «brutale» e schietta franchezza e pesantezza da parte di noi comunisti all’interno del movimento.
È indispensabile che ogni compagno nelle varie tappe del suo crescere politico-ideologico, garantisca «il massimo possibile di unità e di disciplina all’interno di questo “discorso praticato”».
Solo tale sicurezza collettiva, da tutti data e pretesa, può garantire, secondo noi, la continuità e lo sviluppo del movimento organizzato dentro le lotte, abbassando al minimo le possibilità per una sua disgregazione organizzativa e per una sua sconfitta politica di fronte all’attacco di un nemico sempre più organizzato ed articolato, di un Capitalismo sempre più internazionalista a modo suo, di uno Stato Multinazionale centralizzato.
La posta in gioco, compagni, è la possibilità della vittoria, dello sfondamento, nell’occidente capitalistico della rivoluzione proletaria, per il comunismo.
Quindi che ognuno stia al proprio posto.
Cadono, invecchiano, come accennavamo sopra, le vecchie polemiche del tipo «il partito di concezione leninista è fuori dalla classe, il problema è starne dentro».
La contraddizione dentro-fuori, interno-esterno, deve essere affrontata saldamente nel progetto comunista e risolta di volta in volta.
Occorre sparare, politicamente si intende, contro chi si veste ideologicamente con una vecchia, di comodo, posizione che riflette in questo caso, nella sua imposizione, problematiche del passato, degli albori del movimento attuale.
Posizione che, molte volte, serve a coprire e a dare «dignità» politica, all’opportunismo, all’impotenza, all’immobilismo, ad un ruolo di freno dentro le lotte e dentro il movimento, con caratteri reazionari nella sostanza.
Tutto questo non può che far felice il nemico di classe per l’aiuto insperato – senza un suo «intervento diretto» – nel neutralizzare e rendere «innocue» possibili potenzialità proletarie di rottura e di lotta.
Perché è ora di finirla, compagni!
A chi blatera che la nostra politica concepisce un movimento «statico» e «non ricco di dibattito», che intoppiamo e non capiamo le nuove possibilità di allargamento del movimento, rispondiamo che:
a) la presunzione e l’individualismo idiota sono due gran brutte bestie da eliminare tra i compagni;
b) quando si parla di lotte e di movimento bisogna essere come minimo «dentro» le lotte e «costruire» l’organizzazione del movimento;
c) bisogna smetterla di confondere la propria individualità con la realtà reale delle cose e delle classi e, umilmente e modestamente, riconoscere e capire che le lotte e il movimento si sviluppano per il «lavoro collettivo» di migliaia di compagni e in condizioni oggettive di classe.
Decidetevi, compagni.
Riconoscetevi in qualcosa, perché non può durare a lungo il fatto che non vi va bene niente (scaltrezza?); e con ciò non militare in alcuna struttura del M.C.O. ma, come diceva Lenin, uomo perspicace, fabbricare progetti, da capipopolo quali voi siete, dai vostri gabinetti.
Scrivevamo: centralizzazione nella pluralità dell’autonomia proletaria; lo ribadiamo.
Ma «non!» ad una pluralità intesa come orchestra di voci «solitarie», inconsistenti, marce di opportunismo.
E pluralità, per rispondere a tutte le stupide obbiezioni e false interpretazioni del nostro discorso, dei soggetti in lotta, dell’illegalità politica organizzata di stati proletari, dentro comportamenti maggioritari.

ZONA OMOGENEA E MOVIMENTO COMUNISTA ORGANIZZATO (M.C.O.)
Ripetere e ricordare certi concetti politici è sempre utile; in questo caso quello di territorio e di zona omogenea.
La «dimensione territoriale», sia nelle analisi, che nelle intenzioni di pratica politica, sembra essere diventata parte integrante di gran parte degli spezzoni dell’Autonomia Operaia a livello nazionale. Vogliamo dire che passi in avanti sono stati fatti da quando iniziammo alcuni anni fa la «lunga marcia« attraverso i territori del Veneto, convinti, come lo siamo tutt’ora, che solo in questa direzione può svilupparsi il progetto comunista. Ma, territorio e zone omogenee, sono acquisizioni teoriche e pratiche dinamiche e, quindi, occorre, in questa fase non limitarsi a reintrodurre in senso generale queste categorie di analisi del reale, ma chiarire e articolarne la sostanza e l’evoluzione.
Noi diciamo che con zone omogenee l’intelligenza collettiva comunista opera una «forzatura di interpretazione» dello scontro di classe; forzatura indispensabile per «semplificare» l’enorme complessità di intrecci e di relazioni che tessono il territorio capitalistico.
Lo scontro di classe, conflitti tra proletariato e capitale si danno, non solo dentro a luoghi ben visibili della produzione (fabbrica, ospedale, ecc.) ma anche nei territori dove produzione e riproduzione dei rapporti capitalistici allargati tendono a confondere, ad annullare i confini tra quello che è la fabbrica tradizionale e quello che sta fuori dai cancelli e dai portoni.
Zone omogenee territoriali nelle città e fuori dalle città, nelle province: in questa scelta strategica, per noi insostituibile, sta il rifiuto e la lotta contro la divisione capitalistica del lavoro sociale e il ribaltamento, dal punto di vista proletario, della logica padronale che sovraintende alla organizzazione produttiva e politica dell’intera società civile; questa immensa fabbrica diffusa dove lo sfruttamento assume dimensioni generali e totalizzanti.
Zona omogenea in quanto omogeneità produttiva del ciclo, in quanto omogeneità di lotta e di storia di classe, in quanto omogeneità nella unità complessiva dei rapporti di riproduzione della classe, in quanto omogeneità per una possibilità reale di costruire percorsi politici e organizzativi di strati consistenti di proletariato.
Nella zona omogenea, non solo riscopri, lo abbiamo verificato, l’altra dimensione della produzione (il lavoro decentrato, lavoro nero, un mare di unità produttive) ma anche sveli l’intera macchina sociale umana, ideologica, preposta al controllo e al mantenimento della stabilità e della pace tra le classi. Non insisteremo mai abbastanza su questo punto.
Quando si parla di Stato capitalistico e di sue articolazioni, bisogna stabilirne i reali contorni e le esatte dimensioni.
Nei quartieri, nei centri storici, nelle province, nelle zone omogenee che attraversano tutta questa divisione capitalistica del territorio, la pratica dell’obbiettivo, del programma proletario, fa i conti, da subito, pena la sconfitta e l’impotenza, con parti dell’apparato capitalistico, molto spesso «visibili», infiltrate in tutti i momenti dell’organizzazione sociale.
Il territorio, quindi, inteso in tal senso diventa terreno centrale delle lotte per l’imposizione del programma proletario.
Occorre portare nei settori i comportamenti dell’illegalità di massa, la pratica, l’indicazione generale di liberazione che si danno compiutamente a livello territoriale; infatti, unico tramite tra zone omogenee e loro settori produttivi, è lo sviluppo delle organizzazioni proletarie autonome. La sintesi politica e pratica di questa contraddizione è organizzativa; è il programma praticato e organizzato.
Non esiste altra possibilità. I comportamenti spontanei di massa, le impennate di classe delle sezioni di proletariato possono dispiegarsi in tutta la loro forza solo attraverso passaggi e soglie organizzative. Questa articolazione materiale del programma proletario, cioè l’M.C.O. a livello territoriale, per noi, in base al percorso «originale» fatto finora, significa in generale:

1) GRUPPI SOCIALI TERRITORIALI
L’esperienza e la pratica in questi anni hanno arricchito e chiarito il ruolo di queste strutture proletarie; rappresentano per noi l’ossatura centrale dell’organizzazione territoriale di base, sono la concentrazione, nella zona omogenea, dell’esperienza di lotta, dell’esemplificazione del programma proletario.
All’interno della zona si muovono su due livelli:
a) pratica delle tematiche comuniste, tentativo continuo di innescare processi di lotta proletaria tra le maglie del meccanismo sociale di comando di controllo, veicolo politico di ricomposizione proletaria, strumento di combattimento di massa in mano ai proletari in lotta;
b) come strutture militanti di crescita politica e organizzativa per i compagni della zona; quindi ambito entro il quale la potenzialità proletaria, emergente dalle lotte, viene ricompensata e disciplinata nella pratica dell’illegalità di massa, nella generalizzazione di nuove forme di lotta, nell’imposizione del programma attraverso lo sviluppo delle ronde militanti dei servizi d’ordine, per l’uso intelligente della forza.
Certo le differenze tra zona e zona, sono molte volte notevoli, per lo sviluppo delle contraddizioni di classe e per continuità possibile nella pratica di lotta; ma queste «peculiarità» riunificano tutti i G.S. dentro un’eguale metodologia di lavoro e di impostazione del programma.

COMITATI DI LOTTA
COORDINAMENTI OPERAI E PROLETARI
(di prossima stesura)

COMITATI CITTADINI PER L’AUTONOMIA PROLETARIA
COMITATI TERRITORIALI
Il territorio, visto come terreno di ricomposizione comunista degli strati proletari, è un insieme di zone omogenee, di settori produttivi di classe.
La questione, allora, come accennavamo sopra, è la sua riunificazione politica complessiva dentro il progetto politico, nella pratica del programma. Noi diamo una risposta a questa ulteriore e più complessa articolazione individuando nei territori cittadini e in quelli di provincia due caratteristiche proprie e quindi con tempi e ritmi diversi per la risoluzione del problema.
Comitato Cittadino per L’Autonomia Proletaria è la proposta di organizzazione a partire dai G.S. cittadini, dai Comitati di Lotta, dai Coordinamenti (es. Pubblico Impiego) ecc., rivolta a tutta la molteplicità delle esperienze di lotta e della soggettività proletaria nei settori di classe. Deve diventare la struttura politica pubblica centrale a livello cittadino, capace di raccogliere, e farne la sintesi, di tutte le indicazioni, le particolarità, le «settorialità», dell’antagonismo proletario, della militanza comunista.
Punto centrale, quindi, in grado di scadenzare e omogeneizzare l’articolazione del programma, conquistandosi la responsabilità di «momento organizzativo e di direzione territoriale» per tutti i proletari in lotta. Rappresentano, in questa fase, il passaggio più importante e più difficile del progetto comunista, la cui realizzazione proietta enormi possibilità di sviluppo per l’Autonomia Operaia e Proletaria.
Comitato territoriale: è la riunificazione del programma, è direzione di tutte le avanguardie proletarie sparse nelle zone della provincia, quindi, centralizzazione dei G.S. e delle avanguardie operaie, come massimo sforzo di questa fase, di rappresentare politicamente e con il «metodo delle scadenze» l’intera complessità di un territorio.
Amplificare questa volontà di ripercorrere l’intero territorio attraverso la pratica delle ronde, significa far diventare il Com. Ter. cassa di risonanza delle lotte, dell’intelligenza collettiva accumulata dai proletari zona per zona, fabbrica per fabbrica ecc.

DIFFUSIONE E CONCENTRAZIONE DEI FUOCHI

«Campagna politica di organizzazione».
Da tutto questo, ne discende che, per noi, lo sviluppo del combattimento e il «metodo generale» per praticare il programma proletario sono nello tempo distinti e intersecati. Abbiamo detto che è essenziale, per poter concretizzare le ipotesi politiche comuniste di liberazione dallo sfruttamento capitalistico dell’autonomia operaia, «il profondo e stabile radicamento nei territori della soggettività comunista collettiva».
Da questo punto di vista, noi diciamo che il territorio «è amico» per il progetto comunista. Cioè che nel territorio l’organizzazione comunista trova la forza, le indicazioni e il nutrimento per poter reggere l’urto dell’iniziativa capitalistica, per lanciare l’attacco, con successo e con tempi e scelte di campo propri e autonomi, al piano di ristrutturazione produttiva e sociale e alla macchina umana organizzativa preposta a realizzarlo. La lotta armata comunista abbraccia l’intera complessità nel programma; ciò significa che viene interpretata e praticata dalla soggettività comunista a partire da ambiti e da compiti di lavoro ben precisi: dal Gruppo Sociale al M.C.O. nel suo insieme, al quadro di direzione (partito). Ecco perché noi abbiamo parlato di punto medio dell’iniziativa proletaria e del suo aspetto armato. Non in quanto medietà nella qualità e nell’estensione del campo di azione della L.A.C., quanto, nella «sintesi dell’articolazione del combattimento» (complessa e ricca), quale noi la intendiamo. Le azioni di Combattimento, «non sono né basse né alte in sé», ma vengono commisurate sulla tabella della crescita generale dell’organizzazione a tutti i livelli e sui possibili salti in avanti dell’iniziativa militante. Perché di salti «politico organizzativi» noi parliamo e non, come qualcuno potrebbe insinuare, di una «visione» gradualistica, dello scontro di classe e degli sviluppi del progetto comunista. Se il territorio per noi non è solo terreno di ricomposizione sociale del proletariato, ma anche teatro di guerra civile dispiegata, ciò non significa, di conseguenza, che la soggettività comunista deve darsi quegli strumenti, quello stile di lavoro, che rendano possibile questa ipotesi.
Se l’attacco al nemico di classe viene portato unicamente contro l’aspetto militare burocratico della sua struttura (che ricordiamo è anche sociale, produttiva, ideologica) allora si privilegiano criteri di militanza che esaltano certe caratteristiche qualitative ben delimitate e «ristrette» di un’organizzazione comunista; se, al contrario, si vuole sferrare l’attacco su più fronti, su tutti i terreni principali della lotta di classe, allora si svilupperà una molteplicità di condizioni quantitative e qualitative che fanno dell’organizzazione un processo difficile, ma carico di possibilità per sedimentare sia la pratica del programma proletario basato sulla pratica illegale di massa sia del «contropotere operaio e proletario organizzato».
Quindi, diffusione di fuochi, dentro l’articolazione del programma e delle organizzazioni proletarie; loro centralizzazione dentro campagne organizzative: portare l’attacco su più punti, nodi, del comando e del controllo padronale con «continuità e metodo» è una delle condizioni storiche indispensabili da realizzare, a livello regionale e nazionale,  per rotture rivoluzionarie generali.
Il discorso sulla «campagna d’organizzazione» introduce un altro aspetto della nostra metodologia di lavoro: «la campagna politica».
Muoversi per campagne politiche!
La “campagna d’organizzazione» ne rappresenta solo un aspetto.
Con quest’ultima parola d’ordine intendiamo la capacità di far muovere l’intera ricchezza dell’M.C.O., come della sua direzione, su parole d’ordine politiche e organizzative pratiche che riassumano i punti centrali qualificanti del programma proletario. Certo, il lavoro dei comunisti non si esaurisce nelle campagne. Per lavorare per «campagne» in spazi e con tempi determinati, occorre, come si spiegava sopra, un enorme e continuo sforzo per creare le condizioni e le infrastrutture che ne permettono una reale materializzazione. Unire la capacità politica di praticare e propagandare il programma, cioè la sintesi degli interessi e dei bisogni di milioni di proletari, con la capacità di offesa della soggettività comunista collettiva è un’impresa ardua e difficile, ma è anche «l’unica strada» che i comunisti devono percorrere, che l’agire di partito deve praticare per non cadere o nell’opportunismo più impotente o in fughe militanti in avanti, prive di un corretto rapporto con la dinamica dei conflitti di classe.
È da questa impostazione che può essere spiegato quello che noi intendiamo per CONTROLLO TERRITORIALE. Capacità, cioè di utilizzare e far muovere l’intera articolazione organizzativa nelle zone, di movimento e organizzazione combattente, l’intera qualità soggettiva a tutti i livelli, in scadenze militanti, che, di volta in volta, attaccano, disarticolano, destabilizzano, certo sempre parzialmente, punti dell’intera struttura del comando con il possesso autonomo di agibilità e di capacità politico-militare nel territorio inteso come base di organizzazione.
(da completare)

TERZA PARTE:
SUL CHE FARE:
BOZZA DI IPOTESI
Ad un tentativo di complessiva valutazione della soggettività non opportunista, oggi in campo in Italia, si presenta un panorama di preoccupante irrequietezza e ritardo.
Anche i compagni che rivendicano una fideistica continuità del movimento del ʼ77 hanno avuto amari motivi di riflessione esaminando, ad esempio, la qualità politica della risposta del movimento contro la ripresa terroristica dei fascisti a Roma. E si trattava di un terreno, quello dell’antifascismo militante appunto, su cui era legittimo aspettarsi una capacità spontanea e diffusa di pratica politica.
C’è stata solo l’occasione di mobilitazioni di massa, fondamentalmente pacifiche, prive di chiare discriminanti di pratica politica su un terreno che ben altra estensione ed intensità di iniziativa aveva espresso in scadenze simili.
Ci pare evidente che la miseria delle forze rivoluzionarie sia un dato incontrovertibile da cui partire e che non si possa mistificare ogni cosa con lo stato del movimento, qualsiasi sia il giudizio che se ne dà.
Perfino sul terreno dell’antifascismo militante si è verificato che una pratica di chiaro segno proletario, di esercizio di contropotere non si dà in una spontanea massificazione di comportamenti illegali, ma può costruirsi solamente dentro ad una corretta impostazione del rapporto territoriale (di zone politiche omogenee) tra direzione, radicamento e massificazione.
Si ripropone, cioè, il terreno della organizzazione come compito centrale e decisivo per le forze rivoluzionarie: il terreno della centralizzazione, del partito, non come astratta necessità e dimensione di propaganda tutta ideologica. Si tratta, invece, con realistica consapevolezza della situazione, di puntare ad una materializzazione effettiva di un lavoro politico che, ricco e articolato sui livelli necessari, miri in una reale maturità di percorso, a dialettizzare direzione, ricomposizione, massificazione e contropotere.
La centralizzazione delle forze soggettive dell’Autonomia Operaia Organizzata deve saper collocarsi su una dimensione di lavoro e di verifica di «zona». Questa scelta, però della dimensione locale (né va schematicamente equivocato sulla definizione politica della regione come zona omogenea) non può essere vissuta con la riduttiva miopia localistica della semplice conservazione e della gestione di ciò che c’è, ma deve divenire occasione di dinamico confronto, di battaglia politica: spinta propulsiva contro due posizioni opposte ma ugualmente improduttive:
a) da un lato porre il problema del partito in termini teorici generali e tutti ideologici, come per certi aspetti è stata la recente esperienza di «ROSSO», in cui la generalità della proposta (nella difficoltà di sciogliere il nodo direzione-contropotere nella situazione di polo metropolitano) non era controprovata dalla reale capacità di comando di pratica politica, necessaria a sorreggere percorsi in cui concreti passaggi e scadenze si  verificassero nella metodologia di tale concezione dell’organizzazione.
b) dall’altra parte, una concezione strumentale e non strategica della organizzazione che finisce per proporre la centralizzazione del movimento come unico ambito di iniziativa politica per gli stessi spezzoni organizzati: il sostanziale rifiuto da parte dei compagni di« via dei Volsci» di misurarsi con la problematica teorica e pratica dell’organizzazione centralizzata sul livello nazionale.
Per questo, riprecisare, oggi, il problema della centralizzazione, come percorso (senza schematismi di carattere «geografico») su base regionale e , contemporaneamente, adeguamento di una proposta alla povertà della qualità politica che le forze soggettive esprimono è, sopra tutto, un terreno di battaglia politica, una proposta in avanti che, nel venire meno della stessa dimensione del coordinamento delle formazioni dell’Aut. Op. Org., noi rilanciamo per riverificare, non dando assolutamente nulla per scontato, la disponibilità e il reale peso di tutte le forze in campo.
In questa fase, a partire dal poco che c’è, noi riproponiamo il terreno del partito con la metodologia, però,   sopra enunciata e su questo, con il settarismo della nostra proposta e della nostra pratica,  tendiamo alla massima chiarezza, con tutti gli spezzoni organizzati dell’autonomia di dimensione nazionale o locale, rivendicando precise discriminanti teoriche e di metodo di lavoro politico.

Ciò detto, vogliamo anche chiarire che, per noi, non bastano certamente arditi esperimenti editoriali (Autonomia Possibile e altri) che si autopropongono come sintesi intelligente della potenzialità del cosiddetto «movimento del valore d’uso» e dell’esperienza capitalizzata del partito armato, per risolvere i problemi e le difficoltà dell’aggregazione, della centralizzazione del soggetto comunista organizzato. Sembra ovvio e poco simpatico, ma, a fronte di queste brillanti proiezioni dell’intelligenza astratta, bisogna ricordarlo: chi conta realmente, chi ha peso politico, va avanti; chi non conta, ma sa scrivere, ben che gli vada, può muoversi, rimanendovi, nell’ambito delle interessanti e sofisticate produzioni letterarie.
In questo orizzonte è progressivamente sfumata, fino a venir meno, la proposta del M.A.O., ambiguamente e confusamente avanzata dai compagni di «via dei Volsci», come terreno anche di confronto e di lavoro politico strategico per la stessa soggettività comunista organizzata.
Ancora una volta, cioè, la mancanza di chiarezza, la confusione di ambiti e livelli ha finito per impedire quei risultati che tale proposta «poteva maturare nell’autonomia diffusa»: sono svanite così la possibile centralizzazione dei movimenti di lotta, il lancio di comuni tematiche di programma per settori di classe, la diffusione e il rafforzamento di parole d’ordine uguali ed identiche pratiche di lotta e di segno proletario.
Ma in mancanza di altro, oggi, nel registrare la progressiva debolezza delle forze dell’autonomia nel muoversi su un terreno complessivo di iniziativa, il fallimento della proposta del M.A.O. non è solo un elemento di debolezza per l’autonomia diffusa ma, se la nostra analisi della frase corrisponde alle reali caratteristiche dello scontro di classe in Italia, dobbiamo riconoscere che è un arretramento generale per «tutte» le forze dell’Aut. Op. Org..
A questo punto, per noi, si tratta, nella molteplicità dei problemi presenti alla soggettività comunista, di ritrovare una metodologia di lavoro politico, che sappia cogliere sia gli aspetti specifici e sia gli  aspetti generali della centralizzazione. Massima deve essere in questa fase, senza alcun atteggiamento strumentale ma pure senza sopravalutare la ciclicità dei movimenti di lotta, la tensione ad innescare, ad incentivare processi di dinamica sociale che, complessivamente, sappiano darsi connotati antiriformisti e di iniziativa autonoma di classe costruendo una disponibilità a centralizzare i vari settori di movimento in lotta anche sul piano nazionale (vedi iniziative recenti su tematiche specifiche). Ma bisogna anche ribadire che questo terreno diviene realisticamente praticabile «con continuità» nel momento in cui, oggi, forze dell’Aut. Op. Org., che sono più vicine per la complessività della proposta, per la metodologia del lavoro politico, per verifiche concrete sul terreno del programma, si propongono unitariamente, da subito, a determinare un blocco politico di forze, nella forma del coordinamento nazionale che, a partire da discriminanti generali, concrete, verificate, riproponga, il problema della rottura dello Stato-impresa come terreno di scontro politico generale.
Consapevoli del realismo di questa proposta non la contrabbandiamo per la soluzione ottimale, né tanto meno per la forma adeguata ai compiti e alle qualità che la fase richiederebbe al soggetto comunista, ma siamo anche consapevoli che ogni chiusura in difesa di ciò che non conta non può che produrre il blocco di qualsiasi processo rivoluzionario nel nostro paese.
(da completare)

Da «Autonomia» n.14, 1/5/1979, p.17.