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Padova: l’illegalità politica di massa fonda l’unità del proletariato attorno a un programma di partito

Padova: l’illegalità politica di massa fonda l’unità del proletariato attorno a un programma di partito

ELEMENTI Dl PROGETTO

È indubbio, compagni, che l’iniziativa capitalistica si sviluppa e si dà su una complessità di terreni, sull’intero arco di contraddizioni che le lotte operaie hanno determinato e imposto al padrone collettivo.

È indubbio che anche la fuoriuscita dall’arretratezza e dal primitivismo da parte del soggetto politico è legata materialmente e contraddittoriamente alla sua capacità di interpretare e praticare in

programma le indicazioni che vengono fuori dal movimento reale delle lotte degli operai e dei proletari.

Se tutto questo è vero allora, compagni, occorre andare e fondo su alcune questioni, poche, ma precise e fondamentali per la determinazione di passi in avanti di un progetto comunista vincente. Perché di questo si tratta.

Oggi crediamo, a partire anche dalla nostra esperienza, che sia urgente e prioritario porre all’intelligenza critica e pratica del soggetto comunista l’obbligatorietà di alcuni passaggi di programma, come sintesi mai definitiva del radicarsi dell’ insubordinazione sociale a del materializzarsi della parola d’ordine, in marcia fin da subito, dell’organizzazione soggettiva, del

partito.

Due terreni, quindi, sui quali si misura le capacità dei comunisti di conquistare una reale direzione di programma nel movimento rivoluzionario nel nostro paese. Noi siamo partiti da alcune considerazioni di carattere generale e dall’aver fissato alcune direttive politiche che a nostro giu-

dizio sono le condizioni necessarie per ogni iniziativa, oggi, di progetto comunista.

1. La crisi per il padrone oggi è  sopratutto crisi del comando, crisi dei rapporti politici, di forza reale, tra le classi. Significa per noi che il livello più alto dell’iniziativa capitalistica non sta nella riorganizzazione/ristrutturazione di particolari settori produttivi, che se mai ne sono un aspetto

(ad es. quello energetico e il passaggio dal petrolio all’atomo su cui, da una miope e parziale analisi della complessità dello scontro di classe, si può cadere in un discorso e una proposta politica magari di sinistra su un uso alternativo operaio dell’energia), ma nella ristrutturazione dell’intera articolazione del comando e del consenso sull’intera società civile. Riarticolazione del consenso allo sfruttamento, al lavoro, per determinare nuovi e più adeguati livelli di mediazione politico-istituzionale, come determinazione indispensabile per l’esistenza e lo sviluppo dei rapporti capitalistici di produzione. L’ iniziativa quindi del padrone collettivo si articola da tempo sia dentro la fabbrica sia sul sociale, sul territorio. Ed è su questi terreni che i comunisti devono misurarsi. Il nocciolo della questione, compagni, sta tutto qui. La contraddittorietà dell’iniziativa capitalistica, ingabbiata com’è dai livelli alti e dispiegati dei comportamenti di classe, apre enormi energie all’esplodere di nuove lotte, offre ad una estesa e diffusa rete di soggettività

operaia e proletaria la possibilità di misurarsi con i problemi di fondo che sono all’ordine del giorno della classe.

2. L’iniziativa capitalistica in questi anni ha visto un feroce attacco alla qualità operaia, un uso violento di mezzi e strumenti che hanno scomposto, diviso, ristrutturato la classe operaia. Si è andata determinando di fatto una separazione tra la grande e piccola fabbrica,tra fabbrica e fabbrica.

Sono saltate non solo le forme di lotta inventate nel ’69, ma, soprattutto, si è spezzato quel flusso di informazioni, di comportamenti subito riproducibili che davano la socializzazione delle lotte dell’operaio massa così diffusa. Nelle medie e piccole fabbriche ( su cui l’esperienza di Padova si è sviluppata) mobilità interna, mobilità sul territorio, attacco ai livelli di occupazione, esautoramento da parte del padrone dei consigli, perdita di referente da parte delle avanguardie, scomposizione del blocco di conquiste operaie sul salario e ristrutturazione delle singole parti, hanno visto la classe operaia rinchiudersi su se stessa, con una tenuta su una linea di resistenza in alcuni casi, e blocco dell’iniziativa e arretramento in moltissimi altri. Il non formarsi di un esercito industriale di riserva riconducibile a schemi del passato ha aumentato la difficoltà per molti compagni nel comprendere la nuova articolazione dei rapporti di produzione che si andava sviluppando e che, oggi, rappresenta non più un fenomeno, una tendenza,oggetto di ricerche e analisi sociologiche,ma la realtà di classe.

Mobilità sul territorio, quindi, significa nuova forza-lavoro per il padrone, duttilità e disponibilità dell’operaio al comando, alle nuove condizioni di sfruttamento. Il passaggio di enormi masse di operai dalla fabbrica tradizionale (luogo di lotte, di organizzazione,di coscienza collettiva) alla fabbrica sociale, in parole povere al lavoro decentrato, al lavoro nero e terziario, è una scelta precisa e prioritaria che il capitale sta facendo nel tentativo di ricondurre  l’insubordinazione proletaria entro limiti compatibili.

Le diverse condizioni che si vanno determinando tra fabbrica grande e fabbrica diffusa offrono indubbiamente al padrone  collettivo altre basi per lo sviluppo dell’accumulazione.

Le difficoltà che si presentano all’iniziativa soggettiva comunista sono superabili solo se si ha sufficiente chiarezza sul significato di centralità della grande fabbrica in questa fase e sul significato di territorio come terreno di iniziativa dell’operaio sociale. Troppo spesso, anche recentemente, in alcune posizioni si è passati dal privilegiare la fabbrica all’improvvisa riscoperta dei nuovi strati sociali. Confusione e improvvisazione sono purtroppo ancora predominati tra i compagni nelle varie

situazioni e posizioni politiche del nostro paese.

3. Centralità della fabbrica significa per noi capacità di direzione sull’intero proletariato, capacità operaia di riassumere in programma tutte le parole d’ordine, i comportamenti, le lotte illegali, che si danno e si sviluppano dentro lo scontro di classe con l’emergere di nuovi strati proletari;

centralità dalla fabbrica perché è ancora lì che la contraddizione principale si presenta ai più alti livelli: centralità perché l’emergere di un processo rivoluzionario in fabbrica è il passeggio fondamentale per l’apertura di un periodo di guerra civile nel nostro paese. Ma centralità su tutto il territorio. È qui, compagni, che si aprono delle contraddizioni. Il territorio non deve essere visto come un qualcosa di imprecisato e di subordinato rispetto alla fabbrica.

Il territorio per noi significa luogo principale per il dispiegarsi del programma comunista, per lo sviluppo dell’illegalità di massa organizzata dell’operaio sociale, terreno dove l’intelligenza comunista si misura con la potenza e l’articolazione dello Stato e delle sue mediazioni politiche

ed istituzionali. Il territorio molto, molto più della fabbrica è terreno amico per la soggettività politica collettiva; soggettività che si rifonda, rivoluzionando la pratica e il metodo nell’attuazione del progetto, la sua capacità di essere strumento di organizzazione per sé e dentro le lotte. Il territorio dove il proletariato si organizza e arma il suo programma di potere

4. Inoltre, a nostro parere, il territorio non deve essere visto come un insieme di categorie sociali ( i giovani, le donne, gli operai ecc.) ma interpretato politicamente,forzandone l’omogeneità, per la ricomposizione del proletariato a partire dall’esplodere dei suoi bisogni politici e sociali, dall’incompatibilità delle nuove esigenze dell’operaio sociale con le regole del sistema

capitalistico. Allora, compagni, per noi il territorio è visto come un aggregato discontinuo di ZONE OMOGENEE dove programma, pratica, lotte, illegalità di massa ributtano nello scontro l’intera complessità capitalistica della riproduzione della forza-lavoro.

Non si risolvono, quindi, le contraddizioni dentro la fabbrica senza organizzare,  di volta in volta, l’esplodere delle contraddizioni nei territorio e viceversa.

5. All’interno di queste linee di interpretazione dello scontro delle classi in questa fase e sui compiti del soggetto rivoluzionario (a proposito rimandiamo alle altre parti del giornale e al n.1 ) diventa sufficientemente chiaro il ruolo e le funzioni del riformismo operaio sia all’interno della con-traddizione principale e sia come componente della classe, storicamente sviluppatasi al suo interno, come suo prodotto.Anche su questo punto è arrivato il momento di essere estremamente chiari.

Molte cose sono stato scritte e dette e molto spesso mistificandone e falsandone il ruolo storico.

Per noi il Riformismo è completamente subordinato nella strategia, nella prospettiva di lungo periodo, all’iniziativa capitalistica dello Stato Multinazionale, e questo fin da subito. Pci e Sindacato come mediazioni politico/istituzionali del consenso e del controllo del conflitto di classe, come mediazioni capitalistiche nell’attacco all’ unità politica ed eversiva della classe e al potere conquistato dagli operai come potere e volontà di imposizione della dittatura, della propria forza organizzata. Ed è proprio da un’insanabile malattia, che lo vede da una parte portabandiera fino in fondo, obbligato o no, delle esigenze di oggi e di domani del capitale e dall’altra parte rappresentante sempre meno nei fatti delle esigenze del proletariato (questo suo essere velleitariamente nel governo dello sfruttamento e nelle lotte contro lo sfruttamento) che il Riformismo determina contraddizioni per lui insolubili, favorisce l’emergere di enormi energie dalle gabbie della utopia del compromesso storico. Rompere questa mediazione, smascherarne con le lotte il ruolo, questo è il compito dell’iniziativa rivoluzionaria.

La sussunzione del Riformismo alla periferia dello Stato, se per il padrone collettivo vuol dire frapporre tra sè e la classe un’enorme mediazione del conflitto sociale, per il Pci e Sindacato significa essere caduti nelle contraddizioni tra bisogni proletari, realtà istituzionale incentrata sul dominio politico della Dc e esigenze di razionalizzazione e moralizzazione del regime (ad esempio: il governo delle più grosse metropoli).

Il progetto politico, sviluppatosi nell’arco di tre anni, tiene conto non solo di un’ impostazione generale ma anche di un’ analisi e di scelte politiche sulle quali si è andata a creare una iniziativa politica; parte cioè da quello che noi intendiamo per territorio complessivamente nella provincia e nella città.

ZONE OMOGENEE

In presenza di piccole e medie fabbriche e di zone con forte espansione della produzione decentrata e a domicilio la forzatura politica dei territorio per ZONE OMOGENEE ha permesso e permette di portare avanti la battaglia politica sul programma all’ interno dell’intera composizione politica di classe nella fabbrica, in città, nei paesi.

Paesi quindi come luoghi di concentrazione proletaria, non semplici dormitori ma terreni dove si intrecciano tutta una serie di rapporti di produzione, politici, sociali; valvole di sfogo e di coordinamento padronale della mobilità selvaggia sul territorio (dalla fabbrica al paese, dal paese ad

un’ altra fabbrica, ad un altro paese) che,con il procedere della crisi, ha assunto proporzioni di preciso attacco all’organizzazione operaia dentro la fabbrica e ai livelli di cooperazione politica di classe conquistata nei territorio. Paese dova la riproduzione della forza-lavoro assume contorni

ben precisi dentro l’ intera articolazione del comando nelle istituzioni, nei ruoli, nelle funzioni.

Se è sul terreno della riproduzione che deve anche misurarsi l’iniziativa comunista, è sulla prospettiva di lotta per i prezzi politici che si va a concretizzare il programma.

IL TERRITORIO COME TERRENO AMICO

La battaglia politica e la pratica organizzata per i prezzi politici è battaglia e pratica di lungo periodo.  La parola d’ordine,l’ obiettivo diventati prassi si rinnovano, cambiano il tiro, si riprende il lavoro di scavo all’interno di questa contraddizione.

Prezzi politici non come classica appropriazione, come soddisfazione immediata dei propri bisogni (questi comportamenti si  danno e si allargano anche senza l’ iniziativa di un soggetto politico organizzato) ma come capacità nel territorio, paese o quartiere, di disarticolare il comando e il controllo che, a partire dalla distribuzione,dalle strutture, dagli uomini che regolano i tempi degli aumenti dei prezzi in generale, mette a nudo pubblicamente, con la lotta, con l’ imposizione della propria forza. La complessa realtà di classe che mal potrebbe essere svelata senza le rotture

illegali dei comportamenti proletari.

Prezzi politici come capacità di determinare scadenze, salti organizzativi di massa, immediatamente riproducibili sul territorio, subito elementi di battaglia politica all’interno dei momenti organizzati di classe.

Sviluppo dell’illegalità di massa, liberazione di soggettività proletaria immediatamente vettore d’organizzazione dispiegata, da subito disponibile ad ulteriori passaggi di lotte.

È da questa impostazione che può essere spiegato (non solo sul terreno dei prezzi,  comunque) quello che noi intendiamo per CONTROLLO TERRITORIALE.

Capacita, cioè, di utilizzare e far muovere l’ intera articolazione organizzativa

nelle zone, di movimento e d’organizzazione combattente, l’intera qualità soggettiva a tutti i livelli, in scadenze militari che di volta in volta attaccano, disarticolano, destabilizzano, certo

sempre parzialmente, punti dell’intera struttura del comando.

In sostanza, compagni, non semplice assalto alla ricchezza ma consapevolezza soggettiva che non è

possibile praticare man mano che procede la ristrutturazione complessiva un qualsiasi obiettivo di appropriazione proletaria, come pratica di potere, senza porre dentro il movimento comunista, al centro della nostra battaglie politica, il legame che passa tra soddisfazione immediata dei bisogni e possesso autonomo di agibilità e di capacità politico-militari nel territorio, inteso come base d’organizzazione. Cerchiamo ora di riassumere i risultati politici del nostro progetto nelle zone della  città e nelle zone della provincia.

L’ORGANIZZAZIONE OPERAIA NEL TERRITORIO

La proposta di COORDINAMENTI OPERAI DI ZONA, avanzata circa due anni fa in tutta la provincia, nasce sia dalle considerazioni fin qui fatte e sia dall’analisi politica sulle caratteristiche peculiari di Padova. L’esautoramento e/o la distruzione degli istituti operai tradizionali (i C.d.F. e i

C.d.Z) dentro l’ avanzata della ristrutturazione vuol dire non solo perdita di decine e decine di avanguardie di fabbrica, perdite di molti compagni operai che avevano diretto le lotte in questi anni (patrimonio soggettivo importantissimo se si pensa alle caratteristiche storiche e politiche delle zone nel Veneto, fino e ieri terreno di caccia della Dc) ma soprattutto vuol dire vuoto organizzativo in fabbrica e nelle zone, dispersione dell’ intera forza politica della classe, della sua capacità di mobilitazione, di lotta, di attacco. Non si danno più punti ben precisi di riferimento per l’iniziativa, si innesca un processo pericoloso (e i fatti ci danno regione) di parcellizzazione dell’ intelligenza e dell’organizzazione operaia, un processo centripeto di fabbrica, in sostanza un rinchiudersi di ciascun spezzone operaio all’interno dei cancelli e lo scontro di una classe debole con i problemi

interni e con l’iniziativa  dei padrone.

In ogni zona abbiamo riscontrato questa tendenza, che ha visto da una parte in alcune fabbriche attestarsi la classe su una linea di resistenza e dal’ ‘altra la sconfitta, la perdita di qualsiasi capacità di iniziativa. Quindi licenziamenti, chiusure di fabbriche, mobilità, sviluppo del decentramento.

I COORDINAMENTI DI ZONA sono un primo passo per rallentare questo processo disgregativo e per imprimerne un altro. Proposta fatta alle avanguardie, ai quadri operai come possibilità di determinare più punti organizzativi in questa fase di ripresa di tematiche e pratiche operaie.

Crediamo che oggi non è possibile innestare elementi positivi di programma dentro la fabbrica senza risolvere contemporaneamente questi problemi a livello di zona. Nessun gruppo operaio è in grado di rompere il fronte dell’iniziativa padronale in più punti senza avere le capacità di determinare processi, di lotta e di organizzazione, nei territorio, nelle zone. Sono insostenibili, e perdenti nel tempo, quelle situazioni dove tra fabbriche di una stessa zona esista un blocco nel coordinamento, nel collegamento organizzativo.

Proposta di COORDINAMENTO anche perché la forme di lotta di ieri, lo sciopero tradizionale in primo luogo, non riescono più a smuovere la passività operaia, a fermare la disgregazione. Il ruolo del sindacato a questo punto diviene chiaro e gravissimo nella sua reale portata.

La linea di cedimento su tutto il fronte degli interessi politici di classe portata avanti in questa fase (molto prima e dopo la chiusura degli ultimi contratti) disarma la volontà di lotta operaia, crea confusione e una logica di sconfitta, quindi, di inevitabile compromesso con il padrone (basti pensare all’accettazione tout-court della mobilità sul territorio).

Le scadenze di sciopero che il sindacato ha usato strumentalmente non sono riuscite mai a ricomporre le classe. Finito lo sciopero lo stato di isolamento delle fabbriche era ed è il dato di fatto che ognuno può riscontrare. Il coordinamento operaio di zona allora è anche un primo tentativo di

aggregazione operaia a partire dal quale si possa reinventare e praticare programma ‘ ‘attacco con forme di lotta adeguate.

Da queste considerazioni si sono sviluppate pratiche ed esperienze interessanti di coordinamento in tutta la provincia. Dai coordinamenti sono venuti fuori nuovi contenuti di prassi organizzativa come, in primo luogo, le RONDE OPERAIE. Coordinamenti e ronde hanno marciato insieme in questa prima fase: si costituisce il coordinamento di zona, si imposta un discorso omogeneo, si danno prime parole d’ordine.

Le Ronde contro gli straordinari sono state, da questo punto di vista, l’esperienza più lunga e più ricca, il terreno di scontro all’interno degli stessi coordinamenti (come nel nord padovano) con le posizioni opportuniste e l’espulsione di queste.

Tutto questo ha consentito nella prima fase ai Collettivi politici di estendere e sviluppare l’organizzazione operaia di zona in tutta la provincia anche sul problema del lavoro decentrato, nero, molto esteso nel padovano.

Indubbiamente non è semplice costruire i passaggi di programma su questa grossa realtà di classe, e non solo a Padova.

La nostra prima vittoria su questo terreno è stata il formarsi del COORDINAMENTO OPERAIO DI MONSELICE. Sono emerse indicazioni e proposte praticabili e di carattere generale. Attraverso la pratica delle ronde si è innescato in una prima fase un processo di identificazione degli operai decentrati con la condizioni di sfruttamento e di classe complessive.

Con le ronde di volta in volta si portavano fuori centinaia di operai dai capannoni, dai laboratori e si dimostrava che è possibile ritrovare l’ unità con tutti gli operai in lotta, che è possibile rompere il

muro che da sempre divideva gli operai di fabbrica con gli operai decentrati, che è possibile lanciare un programma di lotte a partire da una capacità autonoma d’ organizzazione. Dalle ronde nel territorio al coordinamento dei laboratori a viceversa, da una pratica organizzativa ad un primo

momento di centralizzazione operaia nella zona, punto di riferimento per l’ intera classe: questa è l’ eccezionale novità politica. Il consolidamento e l’estensione del programma ha liberato interessanti possibilità di costituire primi momenti organizzativi all’interno delle fabbriche, primi

nuclei di operai d’avanguardia capaci di confrontarsi con la ristrutturazione dell’organizzazione del lavoro attraverso la battaglia politica all’interno della classe su proposte di volta in volta d’attacco, destabilizzanti il comando e il controllo sulla classe.

I GRUPPI SOCIALI TERRITORIALI

Sul paese e sul quartiere il nostro programma è la costruzione dei GRUPPI SOCIALI territoriali. Anche in questo caso abbiamo fatto considerazioni generali e particolari. I paesi, come accennavamo sopra, sono l’ossatura dello sviluppo storico dell’uso capitalistico del territorio e la colla dell’unità sociale, politica e umana del proletariato nella nostre zone.

Fino a ieri, in gran parte anche oggi, in mano alla Dc, i paesi hanno rappresentato la controtendenza alle lotte che si andavano sviluppando in città. Fino a ieri erano una cintura salda e compatta che isolava strati di proletariato cittadino come un qualcosa di estraneo (essenzialmente  gli studenti) alle tradizioni storiche del controllo e dello sfruttamento del proletariato locale. Se in realtà durissime lotte avevano attraversato la provincia nei decenni scorsi, non erano però riuscite a socializzarsi e a rompere complessivamente il fronte capitalistico. Dal ʼ69 ad oggi sono filtrati dalla città ai paesi e ai quartieri periferici, esperienze, contenuti di lotta, personale politico. Tutto questo doveva essere raccolto e forzato politicamente dentro la nuova fase che stiamo attraversando.

Da qui è nata la proposta di programma della costruzione dei GRUPPI SOCIALI TERRITORIALI. Il gruppo sociale di paese o di quartiere, come per il coordinamento operaio di zona, è un primo livello di aggregazione proletaria su obiettivi, pratica, parole d’ ordine, che sono immediatamente

strumenti di lotta politica e di crescita organizzativa nel territorio. Un primo momento collettivo di appropriazione e soluzione delle contraddizioni, delle speranze proletarie.

Un momento finalmente ben preciso  e adatto a individuare i passaggi pratici per realizzare le articolazioni del progetto dell’organizzazione comunista.

I gruppi sociali si muovono soprattutto sulla tematiche dei prezzi politici (vedere sopra) inventando e verificando nuove forme di lotta su obiettivi che di volta in volta spostano il tiro. La realizzazione di questo programma vede l’iniziativa dei Gruppi Sociali confrontarsi con l’ intera complessità del dominio capitalistico, del comando (dal comune al gruppo politico egemone, ai borghesi che sfruttano e abitano nella zona).

Dal gruppo sociale al coordinamento dei gruppi sociali nella zona o in più zone; un salto di qualità che permette la saldatura sul programma e su scadenze con i livelli organizzativi di fabbrica nel territorio.

Ecco allora che la ronda diventa pratica comune dei coordinamenti operai e proletari. Ecco che di volta in volta operai e proletari organizzati si mobilitano contro gli straordinari spazzando un’ intera zona o ripercorrono sotto forma di inchiesta militante l’ intera realtà del lavoro decentrato.

 Straordinari, lavoro a domicilio, paesi, quartieri, mobilità, diventano punti di un programma comune. In modo corretto vengono affrontati i problemi dell’ occupazione, del salario sociale, della rigidità proletaria ai nuovi livelli della riproduzione.

Il ruolo del riformisti si svela perché si trovano di fronte non più l’estremismo, ideologia a cui contrapporre altra ideologia e il peso storico della presenza maggioritaria dentro la classe, ma un programma proletario vincente, ricco dell’esperienza dell’organizzazione proletaria di massa.

I Coordinamenti operai e proletari sono quindi una prima rete soggettiva che ricompone politicamente diversi strati proletari nel territorio. Strumenti di lotta e veicoli di massificazione dei comportamenti dell’operaio sociale, strumenti di memoria collettiva, di informazione operaia.

Le tematiche operaie, dall’ attacco all’organizzazione del lavoro, al salario politico come rapporto di potere, si incrociano con le tematiche proletarie, dalla mensa interaziendale di zona per i proletari, occupati o no, a prezzo politico, al programma di lotta contro i costi della ristrutturazione, al lavoro nero, ecc.

La centralità della fabbrica diviene centralità della classe operaia nel territorio, direzione reale sul proletariato sui nuovi strati proletari che autonomamente si organizzano e lottano. Il divenire di strati di operai come avanguardie di classe dipende, appunto, dall’imposizione operaia dei punti qualificanti del programma comunista, dipende dalla conquista operaia di una reale egemonia politica dentro il proletariato.

CITTA’  E  NUOVI  STRATI  EMERGENTI

L’attuazione del nostro progetto vede impegnata da tempo l’organizzazione anche sul fronte della città. I programmi di fase, il metodo di lavoro generale adottato anche in questo caso, hanno arricchito enormemente l’ intero quadro militante collettivo e perfezionato il progetto. Come i compagni avranno ormai capito anche nella costruzione di un programma di lavoro riguardante il territorio cittadino abbiamo tenuto conto di analisi sia di carattere generale che particolare.

È indubbio che la ristrutturazione procede non solo in fabbrica (anche se è più visibile) o nella periferia provinciale ma, anche, nel tessuto sociale della città dove, in questi anni, strati proletari, in primo i proletari che studiano nelle facoltà e nelle scuole, hanno mantenuto una continuità, quasi mai interrotta, di iniziative di lotta e d’organizzazione.

La ristrutturazione procede nel senso di ridefinire, da una parte, le funzioni e i compiti specifici di quella fabbrica decentrata che è l’Università e, dall’altra parte, di imprimere processi accelerati di terziarizzazione del lavoro che tengano conto sia dalle esigenze generali del capitale in questa fase e sia delle condizioni specifiche dei rapporti di produzione, di potere e politici, tra le classi a Padova.

Non si vuole fare un’ esposizione sociologica ma puntualizzare a riguardo alcuni punti fissi della nostra linea politica. Innanzitutto l’Università. La politica del decentramento seguita da questa impresa vuole creare le condizioni indispensabili per un suo adeguato funzionamento, confacente

oggi alle esigenze del capitale. È riconosciuto ormai da più parti che l’università, e la scuola in generale, non può essere considerata né area di parcheggio né semplicemente un servizio sociale. Il

prodotto finito che esce dai reparti di questa fabbrica deve avere per il capitale precise caratteristiche: abitudine ad una condizione sociale precaria, adattabilità a più mansioni, intercambiabilità, forza-lavoro generica e qualificata nello stesso tempo.

RICOMPOSIZIONE  PROLETARIA  NEL  PROGRAMMA  COMUNISTA

Questa nuova figura di proletario è la base di quel moderno esercito industriale di riserva così radicalmente diverso da altri periodi della storia di classe. Non è area di parcheggio perché lo studente non aspetta più la laurea per vivere le contraddizioni della disoccupazione, della sottooccupazione, dell’instabilità permanente. Fin da subito lo studente è un proletario che quotidianamente deve risolvere problemi vitali, bisogni sociali e politici insopprimibili (il mangiare, il dormire, il vestire, il viaggiare, ecc.). Fin da subito entra a far parte di quel settore di classe sempre più vasto del lavoro nero, sottopagato,  part-time, a cottimo. Da questo punto di vista la questione della scienza e della conoscenza è vista dal proletariato precario solo come possibilità di nuove armi e strumenti di lotta e di organizzazione che contribuiscano alla soluzione di questi problemi, fin da subito. Da questo punto di vista si aprono grosse contraddizioni tra studio, organizzazione dello studio e i contenuti politici dell’insubordinazione sociale dei nuovi strati proletari. Nuova figura proletaria come forza-lavoro subito disponibile, utente collettivo di servizi sociali, perno su cui ruota e si sviluppa un’ enorme fabbrica sociale. Se tutto questo è vero allora l’ intera questione del proletariato giovanile deve essere rivista. La categoria dei giovani si subordina all’ emergere di queste nuove figure proletarie, dei nuovi soggetti di classe. Terziarizzazione e sviluppo di nuove sezioni del proletariato marciano insieme. La tendenza generale alla terziarizzazione del lavoro è realizzabile solo se si liberano sul mercato questi strati proletari, usati come arma di ricatto nei confronti degli operai occupati, come volontà capitalistica di divisione della classe a partire da diverse condizioni nei rapporti di produzione e di organizzazione tra strati e strati del proletariato. Cosa significa tutto questo? L’innesco di un processo di lotta da parte di questi strati proletari ne mette a nudo subito l’ intera condizione sociale e scopre e attacca non solo aspetti specifici dell’ organizzazione dello studio ma soprattutto aspetti generali dell’ intera articolazione dei rapporti di produzione capitalistici. In definitiva non si danno lotte d’ attacco per la ricomposizione politica del proletariato senza aggredire con il programma, come in questo caso, ad esempio, le contraddizioni generali di sfruttamento del lavoro nero e decentrato. Queste prime considerazioni spiegano aspetti più generali del nostro metodo e della nostra analisi adottati nel territorio cittadino. La città per noi è un’ insieme di zone omogenee all’ interno delle quali gli specifici settori di classe sono considerati nell’interezza dei loro rapporti con il tessuto proletario e con il comando complessivo del nemico di classe. Quindi non solo scadenze e proposte specifiche organizzative ma forzatura politica, possibile solo con l’ estendersi delle lotte su tematiche vincenti, nel piegare questi strati proletari ad un programma più articolato nel territorio. La costruzione dei Gruppi sociali territoriali nelle zone del centro e dei quartieri si incrocia con lo sviluppo, soprattutto in questi ultimi mesi, delle lotte del movimento proletario su determinate parole d’ ordine. Così la proposta e l’estendersi dei Comitati per le mense sociali a prezzo politico e per tutti i proletari, occupati o no, se da una parte affrontano da subito esigenze ben precise e immediate di alcuni settori proletari (in questo caso le mense dell’Opera universitaria) dall’ altra collocano le lotte su un terreno immediatamente riconducibile ad un programma generale per tutto il territorio. Lotte quindi che ricompongono diversi strati proletari su comuni obiettivi di programma.

Così l’ articolazione del programma dei prezzi politici sul fronte della casa, a partire dall’ organizzazione, in Comitati, dei senza-casa per una pratica di lotta e d’ organizzazione d’ attacco, ha come referente sociale, zona per zona, l’ intera composizione politica del proletariato, e impone l’interesse complessivo delle tematiche del programma comunista. Con il procedere dell’ iniziativa nuove forme, nuovi modi di mobilitazione si sono dati e sviluppati. Anche in città la pratica delle ronde proletarie, prendendo come esempio le prime esperienze operaie, ha consentito al movimento di fare notevoli passi in avanti. Nuovi strumenti pratici dentro la lotta in mano ai vari Comitati, le ronde sono diventate un veicolo di propaganda e di mobilitazione su precisi obiettivi. Spezzoni sempre più grossi di movimento sono stati piegati ad una pratica di inchiesta militante sul territorio. Attraverso le ronde, come momenti dell’ illegalità di massa, punti sempre più numerosi del comando e del controllo capitalistici vengono scoperti e combattuti dall’ intelligenza organizzata di massa. Ricco di indicazioni e di conferma della correttezza della nostra linea è stato  il recente periodo di esplosione del movimento proletario dei precari, dei non garantiti, degli strati emergenti, con le occupazioni delle facoltà e con le storiche giornate di lotta a Padova e in altre città. Il movimento che a Padova si è andato configurando, se è stato eccezionale sotto alcuni aspetti, soprattutto di novità e di rottura rispetto alla situazione generale, ha richiesto che l’ intero programma da mesi portato avanti fosse riconfermato e ripreso coinvolgendo e piegando i nuovi strati, che si andavano aggregando nel movimento in quelle giornate, nella continuità dell’iniziativa e nello sviluppo delle esperienze fatte fino  ad allora. Lo sciopero e le occupazioni in senso tradizionale non sono state e non saranno sufficienti a riassumere e a portare avanti la complessità del programma comunista. La nostra azione è stata sempre quella di recuperare e ricomporre, con la battaglia politica dentro il movimento, l’ esperienza di quelle giornate nel programma generale, all’ interno delle zone. Per concludere, compagni, noi ci muoviamo su una linea politica che vuole ricomposta l’ unità dell’ intero proletariato su un programma comunista capace di creare le condizioni dello sviluppo dell’ illegalità di massa, dell’ organizzazione adeguata dentro il territorio, in fabbrica e nelle zone. Il procedere della ristrutturazione capitalistica determina contraddizioni tra necessità oggettive del capitale e bisogni politici del proletariato. Occorre approfondire queste contraddizioni realizzando in programmi il progetto comunista, in un rapporto mai definitivo tra soggettività d’ organizzazione e comportamenti maggioritari delle masse su un terreno di potere. In queste brevi note si è cercato di chiarire ai compagni il lavoro iniziato alcuni anni fa dai Collettivi politici a Padova. Comunque ci ripromettiamo di riprendere il discorso con i prossimi numeri del giornale.

Da  « Per il potere operaio» n. 2, p. 10, ottobre 1976.