Collettivi politici veneti per il potere operaio


Per il partito dell’ Autonomia

PER IL PARTITO DELL’AUTONOMIA

La critica delle Brigate Rosse che noi conduciamo in maniera instancabile non può dimenticare che questi compagni hanno riproposto il problema del partito. Essi ci hanno sfidato su questo terreno. Dobbiamo essere capaci di rispondere attraverso una teoria ed una pratica adeguata.

1. Dall’estremismo al «che fare?» Dobbiamo ringraziare le B.R. Hanno rotto, con un’impressionante vigore, uno sviluppo del «movimento» che da circa vent’anni si sviluppava fuori della politica: hanno riproposto, sul terreno del movimento, il problema del partito. Ma il nostro ringraziamento finisce qui. Se hanno reintrodotto la politica nel «movimento», lo hanno fatto nella forma dell’estremismo. Vale a dire nella forma dell’«avventurismo» per quel che riguarda il programma dell’avanguardia, nella forma dello «spontaneismo» per quel che riguarda l’organizzazione di movimento. Da un lato si colpisce il cuore dello Stato, dall’altro si lancia il vuoto slogan: organizzatevi! Da un lato si concepisce la forma ,della lotta di partito, della strategia comunista in termini di «putschismo», dall’altra si concepisce lo sviluppo dell’organizzazione di massa in termini di delega all’avanguardia armata. Queste posizioni delle B.R. vanno bene a tutti tranne che a noi. Vanno bene a chi, da destra, vuol dimostrare che non esiste comunismo se non nella forma dell’estremismo, se non nella forma del putschismo, in termini insomma cecoslovacchi. Va bene a chi, sul lato della sinistra capitolarda, vuol nascondere, nel rifiuto del putschismo, l’abbandono di ogni elemento del programma comunista. Ma noi queste posizioni, questo programma, questa pratica non vanno bene. Non vanno bene dal punto di vista tattico, sul piano dell’analisi dei rapporti di forza oggi esistenti. Non sappiamo vedere alcuna conclusione del progetto delle B.R. che non sia tale da determinare una situazione immediata di guerra civile. Ma l’Italia non è l’Argentina, in nessun senso! Quindi perseguire il progetto di usurare i margini di un rapporto di contropotere che le lotte hanno imposto per un lungo periodo, in una situazione come quella italiana, che hanno stabilizzato su una grande estensione ed hanno trasformato in un’altissima situazione soggettiva; usurarlo, dunque, e spingerlo, come diceva Lenin, «ad una fatale congiunzione», quando le condizioni rivoluzionarie sono date solo sul piano della soggettività di forti avanguardie: bene, tutto questo ci sembra pazzesco. Il nostro compito è al contrario quello di estendere e radicare il contropotere di massa. Ma d’altra parte dobbiamo aggiungere che le posizioni delle B.R. non ci vanno bene neppure sul piano della teoria del partito. Non è possibile, dopo vent’anni di iniziativa rivoluzionaria nella nuova composizione di classe, reintrodurre criteri di or-ganizzazione di partito che espropriano i proletari, i militanti, tutti i sovversivi della loro capacità di organizzazione di massa, della capacità di imporre un disegno politico articolato su tutti i suoi versanti e di farlo proprio nella forma dell’autonomia e del contropotere. Non crediamo neppure che le posizioni delle B.R. possano essere, come taluno sostiene, usate: la cosa ci sembra stupida perché non si usa nulla di ciò che non si controlla, ma soprattutto non la si usa quando le linee di sviluppo di questa realtà sono radicalmente contradditorie con il proprio programma, con il programma dell’autonomia. Parliamoci chiaro, tuttavia. La critica alle B.R. non può essere in nessun caso un alibi per sfuggire al dovere di autocritica che il movimento dell’autonomia esige, al suo interno.

Autocritica su tutto quello che è avvenuto negli ultimi anni, e soprattutto a partire dalle giornate del febbraio 1977. Anzi, noi sentiamo il dovere di porci sul terreno dell’autocritica ed il diritto di riaprire la polemica aperta nel movimento, come condizione fondamentale di un avanzamento del fronte rivoluzionario nella sua interezza. Se critichiamo le B.R., cui riconosciamo il merito di aver riproposto — sia pure in termini scandalosi — il tema del partito nel movimento, non possiamo evitare di riconoscere la spaventosa irresponsabilità che larghe fette del movimento autonomo hanno mostrato in questi anni, rinnegando il problema del partito, rifiutando ogni tentativo di centralizzazione; sputando su ogni iniziativa teorica che tendesse a comporre in forza compatta il movimento dell’autonomia, denunciando persino i tentativi di discussione in proposito come usurpazione della libertà del movimento. Si è giunti così a determinare una sproporzione nel rapporto fra massificazione del movimento e capacità di esercitare la forza sul terreno generale: sproporzione all’interno della quale le B.R. hanno avuto facile gioco a candidarsi come direzione esterna del movimento e a gettare la loro provocazione putschista contro l’autonomia. La critica, dunque, alle B.R. non può essere nè meno forte nè meno rigorosa dell’autocritica che rivolgiamo a noi stessi. Solo in questa forma possiamo pensare ad una ripresa che sia anche un avanzamento.

2. L’intelligenza fa cilecca. Un invito all’autocritica di movimento vogliamo coonestarlo comin-ciando con la critica di noi stessi, vale a dire degli spezzoni organizzativi che fanno capo al giornale «Rosso». Noi crediamo di aver sbagliato, essendoci lasciati trascinare spesso, ma soprattutto nel periodo primaverile del 1977, verso posizioni «movimentistiche», nel duplice senso dell’insurrezionalismo e del garantismo. La giusta analisi che avevamo condotto sulla nuova figura proletaria emergente, la pratica che in proposito avevamo sviluppato nell’agitazione e nella propaganda ci avevano concesso una posizione di relativa egemonia, tra le frazioni dell’autonomia organizzata. Abbiamo bruciato nell’irresolutezza la possibilità di trasformare l’egemonia teorica in egemonia politica. Fin qui il male minore: se altre frazioni avessero avuto la forza di porre un terreno ed una proposta di riorganizzazione. Ma questo non è avvenuto. Ne è seguita una dispersione di forze, di iniziative, cui non abbiamo saputo rispondere se non proponendo una serie di campagne (sulla giornata lavorativa sociale, sul nucleare, ecc.) in maniera meccanica. Obiettivi giusti finivano per apparire calati dall’alto. Il risultato è stato che la nostra proposta di un punto medio (di movimento e di massa) di attacco non è riuscito ad incarnarsi in maniera espansiva nel movimento: il punto medio di attacco non è spesso riuscito a rappresentare strati sociali in lotta, a fondare politicamente il movimento reale. Questo non significa che la concezione della sintesi fra il punto medio di attacco e movimento di massa non sia fondamentale: ma è certo che i compagni che si riferiscono a «Rosso» non sonno riusciti a rappresentarla adeguatamente. I contenuti delle campagne ed il metodo delle campagne noi riteniamo in generale che siano giusti. Ma l’intelligenza nella definizione, da sola, non basta, fa cilecca. Ora è necessario che noi sappiamo rimetterci in gioco. Portiamo al movimento alcuni contributi che, crediamo, siano fondamentali, come l’esperienza dell’organizzazione territoriale e quella della definizione dei terreni d’intervento generale: ma siamo disposti a mettere tutto in discussione sulla tematica dell’organizzazione comunista.

L’autocritica di movimento è fondamentale. Dalla primavera dell’anno scorso abbiamo fatto una serie di enormi errori. Abbiamo rifiutato la centralizzazione. Ora, è necessario ribadirlo: la centralizzazione è possibile senza annullare le specificità del movimento, anzi è possibile una centralizzazione che esalti la potenza delle autonomie e del radicamento di classe.

3. La sproporzione tra livello di massa e di direzione: i compagni di Via Volsci. Noi abbiamo una concezione comunista del partito. Per noi questo significa l’unità della direzione e del processo di organizzazione, dell’azione di avanguardia e di quella di massa. Non sappiamo concepire il processo dell’organizzazione se non in questi termini, — la teoria del partito, la tattica, la strategia debbono valere per permettere in ogni momento la riappropriazione dell’organizzazione da parte di tutti i militanti, e a partire da queste considerazioni che noi ci permettiamo di sollevare alcuni appunti nei confronti dei compagni di via Volsci. Abbiamo infatti l’impressione che  dalla loro pratica sia esclusa nella maniera più completa ogni minimo riferimento ad una teoria del partito che non sia appunto pura e semplice pratica. La critica va dunque portata, per sollevare la discussione, su questa pratica. Essa si organizza, se non sbagliamo, sui seguenti fondamentali motivi: a) radicamento «sovietista» su alcuni luoghi o settori di classe. Azione settoriale, a partire da questi luoghi, in termini sia sindacali che politici con riferimento continuo alla capacità di direzione di questi luoghi politici di classe. E’ chiaro che questa concezione è straordinariamente riduttiva. In essa manca qualsiasi riferimento allo stesso problema della direzione di classe, al problema del partito. La supplenza che certi «soviet» possono esercitare per periodi più o meno lunghi non abolisce lafunzione del partito ed è inimmaginabile un processo rivoluzionario che non abbia presente in termini politici la generalità. Questa concezione è tanto più insufficiente a fronte del carattere generale, sociale e astratto, della produzione e quindi della qualità della forza lavoro. b) Conseguentemente, i compagni di via Volsci hanno avuto una pratica di organizzazione, a livello romano e a livello nazionale, che ha sempre privilegiato il radicamento in termini  sovietistici, respingendo e sabotando ogni tentativo di centralizzazione. La loro affermazione che si può dare — chissà quando! — centralizzazione solo attraverso un processo di radicamento diffuso è  ovvia o falsa: noi la riteniamo utopistica, equivale a quella di molti riformatori religiosi che pensano davve-ro che tutti i cattolici possano essere Papa. La sintesi di partito del movimento, la sua organizzazione territoriale (che significa estensione generale di una tematica politica, direttamente politica) sono sempre state rifiutate. c) Nella pratica del movimento romano e dei compagni dei Volsci, la tematica del contropotere è sempre stata sviluppata in maniera astratta, vale a dire che è sempre stata determinata a fronte di situazioni concrete in alternativa a temi generali di programma e a forme generali di organizzazione. Talora il comportamento dei compagni ha seguito equivoche sollecitazioni populistiche. Comunque ogni scadenza politica è stata rifiutata: ogni volta che essa è sorta è venuta fuori da momenti assembleari, in cui — per definizione — il momento della generalità, della critica dell’istituzione, del comando non è mai esistito. Il ripiegamento sulla pratica assembleare conduce poi ad accettare moduli psicologici e moralistici nella conduzione delle campagne di organizzazione: anche questo, crediamo, sia completamente la situazione romana, ed in particolare il comportamento dei compagni di via dei Volsci, ci ha richiamato alla memoria la miseria e la carenza intellettuale del movimento portoghese.

4. Agire da partito: l’alternativa rozza. Ci vogliamo qui riferire criticamente a tutti quegli spezzoni dell’autonomia che fanno grappolo attorno ai Comitati Comunisti. Noi sosteniamo, polemicamente, che questi spezzoni non hanno fatto i conti con l’autonomia, che quindi ne sono fuori, quali che siano gli acuti di •alcuni loro tenori per farsi riconoscere nella nostra impresa col-lettiva e quali che siano gli sforzi di alcuni rinomati giornalisti per accreditare questa falsità. La tematica di questi compagni parte dal riconoscimento’’della teoria del valore come teoria dcl comando. – Essa conclude all’utopia. È una tematica del tutto intellettuale che si definisce in termini di opposizione alla pratica dei Volsci: lì c’è ancora «socialismo» e «sovietismo», qui il problema è posto in termini talmente «politici» da perdere ogni riferimento alla realtà. La dinamica teorica di questi compagni si sviluppa tutta fra l’assunzione del comando come asse della produzione capita-listica e l’utopia della nuova produzione comunista. Dal punto di vista di classe l’alternativa viene tradotta in esercizio della forza a livello della produzione esistente e in esercizio dell’utopia in termini di utilizzo dell’intelligenza tecnico-scientifica. Il partito sarebbe la mediazione di queste due gran belle pensate. In effetti l’esercizio della forza che questi compagni propongono è rozzo ro-vesciamento della divisione capitalistica del lavoro e l’utilizzo dell’apparato tecnico-scientifico è semplice ripresa delle ideologie tecnologiche del capitale (dell’IBM). Questi compagni sono arrivati ad un formalismo nell’ideazione del partito che non si sa se qualficare più in termini di imbecillità o in termini di impotenza. Il formalismo è comunque completo. La noia che ti assale quando leggi i loro troppo frequenti comunicati è totale: ripetizione senza il gusto di nulla, scipite autopro-clamazioni di se stessi. Il problema del comando è divenuto paranoico: si ripete sempre. Ed il problema della ricchezza? La sua soluzione è affidata all’IBM. Tranne in qualche caso, in cui questi compagni — contaminati, da qualche influenza cattolica — proclamano un’immediata dittatura operaia sulla produzione che, coniugandosi con il rifiuto del lavoro, non s’intende cos’altro possa es-sere se non sacrificio e autolimitazione. L’autonomia come fenomeno di massa non viene neppure sfiorata. La mistica dell’organizzazione si moltiplica con il vuoto della proposta politica: appropriazione contro i bottegai del quartiere. La generalità del progetto della dittatura operaia si perde in quello — completamente astratto — della lotta contro il comando generale. N.B. Oggi, nel formalismo assurdo ed immorale di cui questi compagni sono capaci, s’intendono, sopra la testa dell’autonomia, inviti ad «utilizzare» le B.R. Siamo convinti che i compagni delle B.R. siano i meno disponibili ad accettare questa loro sadizzazione. Quanto ai compagni dell’autonomia giustamente non possono intendere queste bischerate che per quel che sono.

5. Agire da tutto, agire da niente. Se i Comitati Comunisti ci pregano di agire da partito — vale a dire, per loro, nel regno della pura utopia e delle alternative più rozze — ci sono altri che ci pregano di agire da niente attraversando tutto. Parole in libertà. Eppure c’è da aggiungere che l’egemonia conquistata in un certo periodo dai trasversalisti, dagli indiani, dai creativi è stata nociva quanto una bomba al neutrone. Tutti gli opportunisti si sono buttati su queste parole d’ordine, tutti i non opportunisti sono stati costretti, per senso dell’opportunità, a mediarsi con loro. Eppure era nulla: oggi lo vediamo. Era nulla la furibonda polemica contro il partito: la gioia vacua che questi compagni mostravano era il corrispettivo dell’ insurrezionalismo e del volontarismo sregolati che oggi mostrano. Sregolati sulle norme dell’agire da comunisti, sulla faticosa e diuturna lotta operaia contro il capitale. Fenomeno letterario camuffatosi da forza politica: basta! La trasversalità dell’agire politico dell’autonomia è • ben più antico delle proclamazioni poetiche di alcuni allievi del bolognese DAMS, delle illusioni soggettive di alcuni diplomati del romano Centro Sperimentale di Cinematografia. L’autonomia italiana è leninista, nei termini in cui il leninismo è presente nelle lotte del proletariato diffuso oggi — ma sempre proletariato è. L’egemonia sociale è oggi dell’operaio sociale: ma chi nega la natura operaia del proletariato per affermare solo la figura sociale sbaglia di grosso. Noi lottiamo contro lo sfruttamento e il plusvalore: sul terreno sociale, certo, ma sfrut-tamento e plusvalore restano! E non veniteci a raccontare storie: la totale mancanza di fecondità della vostra pratica, la vostra teoria che non comincia ma si conclude nella prima risata: bene, già troppi ne hanno fatti di danni! Il trasversalismo si è presentato come insurrezionalismo allo stato puro. La sintesi fra avanguardia e movimento di massa; il problema cioè dell’organizzazione dell’avanguardia di massa non solo non l’ha posto ma neppure sospettato. Neppure oggi quindi, terrorizzato dalla «deriva» del movimento, il trasversalismo riguarda se stesso: per trasformare l’impotenza soggettiva in puro e semplice volontarismo rivoluzionario. La verità creativa del movimento è stata  negata, repressa in un atteggiamento neoanarchico. Dalla critica dello spetta-colo del capitale questi compagni sono passati all’esibizione spettacolare di se stessi. In realtà, dal rizoma sono trascorsi alla patata americana, dolce e filacciosa. Sono ancor oggi, al di là della loro formidabile tenuta soggettiva, volontaria, morale, a due passi dal ghetto, dalla botteguccia di Macondo dove si vendono lapislazzoli. L’insurrezionalismo, trasformatosi in irrazionalismo, non sa che mostrarsi in una quotidianità un po’ sporca, comunque impotente. Eppure il problema della libertà del movimento, della sua generalità, dell’intelligenza tecnico-scientifica agente in essa era stato ben colto da questi compagni! Ma oggi, nella misura stessa in cui essi rifiutano di riportare questi problemi alla centralizzazione di partito, allo sviluppo che solo l’unità può determinare sulla creatività, della creatività, bene, in questo stesso momento essi sono preda della deriva. Noi speriamo che un altro momento insurrezionale li aiuti ad uscire dalla loro impotenza: non crediamo che per noi, per l’autonomia organizzata, per il partito proletario, un altro momento di in-surrezionale sia più importante di quello che è: un momento, appunto, dell’organizzazione. I nostri compagni vivono in realtà a un palmo dal ghetto, a un palmo dal «dissenso»: solo l’organizzazione solo il partito ci possono salvare da questo precipizio!

Il partito dell’autonomia è l’unica forma moderna di organizzazione politica che la lotta di classe abbia determinato in Italia. Centralizzazione e pluralismo nella forma-partito dell’autonomia. L’organizzazione territoriale come organizzazione della generalità dell’interesse di classe e annullamento del corporativismo. Spaccare il Partito comunista italiano.

6. Il movimento e il problema del partito Aprire la polemica nel movimento significa insieme determinare la polemica sulla forma dell’organizzazione e la polemica sul programma. Come abbiamo già abbondantemente ripetuto noi riteniamo infatti che la tenuta dei livelli di contropotere diffuso, la dinamica territoriale dell’organizzazione, il processo dell’avanguardia come proposta di momenti di attacco, di difesa e di consolidamento dei livelli di contropotere non possa che darsi su un piano di programma. Destabilizzare il potere avversario attraverso un lavoro di attacco organizzativo non è sufficiente: è necessario che in maniera coordinata, materiale, maggioritaria, a livello di massa, si sviluppi un’azione di programma, una capacità generale di unire l’emancipazio-ne organizzativa di massa con un disegno di attacco razionale. Le scadenze vanno analizzate in questa prospettiva. Noi siamo comunisti, maggioritari: la discussione sul partito deve essere contemporaneamente una discussione che tocchi la forma dell’organizzazione e che la colleghi alla scadenza di programma. Quando noi parliamo di campagne parliamo di un lavoro politico di massa che sappia collegare ad una potenza media di attacco interi settori di classe, che sappia interpretare in una prospettiva politica generale i bisogni di intere sezioni di classe. Punto medio di attacco, prospettiva generale di programma: mai possono essere distinti questi elementi. Il costo di questa distinzione è la caduta nel «garantismo», nella considerazione esclusiva di alcuni interessi particolari. Non è il fatto di legarsi ad interessi particolari che è errato: è il rendere questi interessi particolari esclusivi: l’opera di partito consiste da un lato nello scavare entro questi interessi particolari e nel dimostrarne l’essenza proletaria generale; d’altro lato consiste nel collegare i processi di lotta particolari ad un piano generale di scadenze. Ad una continuità che non sia della lotta solamente ma del programma, dell’intelligenza comunista. Rivendichiamo l’intelligenza comunista come qualità delle masse, come determinazione del partito. Ma non basta. Inutile parlare di cose generali senza chiarirle. Oggi il movimento autonomo non è solamente sfidato sul piano del programma generale (organizzativo e materiale) di partito. Il problema che ci è stato posto tocca anche il livello della politica. Siamo forzati ad assumere questo livello — quello della politica in senso proprio — ad afferrarlo in maniera critica, nella nostra maniera di demistificazione, ma anche a tenerlo definitivamente. Demistificarlo e tenerlo: questo è il nostro problema. Bene! Questo significa che in nessun caso nessuno di noi ridurrà mai i livelli della politica ai significati che la politica dà, di se stessa: non parleremo mai in categorie astratte, di antifascismo, di difesa del Parlamento, di Stato di diritto, di sindacati ecc. Useremo continuamente i canoni della critica materialistica in proposito: vale a dire che davanti ad ogni categoria che la televisione, i mass-media in generale ci propongono ci chiederemo: che cosa vuol dire? Che cosa vuol dire antifascismo? Quali sono gli interessi di classe, le funzioni politiche che copre, ecc.? Ma, una volta detto questo, la nostra demistificazione la porteremo direttamente sul terreno politico. Occorre cominciare a parlare di rottura del così detto Partito Comunista Italiano: i veri comunisti debbono uscirne. Abbiamo per la prima volta la possibilità di agire su questi terreni, e comunque quella di aprire una grande campagna su questi termini. Una campagna sulla «riconquista del politico» da parte del movimento deve essere la stessa cosa della battaglia per la riorganizzazione centrale del movimento dell’autonomia operaia e proletaria. In terzo luogo, II rapporto di movimento deve aprirsi nei confronti del programma della transizione, del programma del comunismo. Non basta più parlare del comunismo come programma minimo. Occorre aprire una battaglia generale sulla definizione della produzione nel comunismo, della misura del tempo di lavoro necessario, dell’orario di lavoro e del suo rapporto con il tempo libero, del rapporto fra produzione e amministrazione comunista, del nesso fra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Parlare di tutte queste cose è una diversa maniera di porre il problema della dittatura del proletariato: questo formidabile ideale egemonico che il contropotere già sta mettendo in atto ma che bisogna articolare in tutto il pluralismo di voci operaie e proletarie che può/deve esprimere, in tutta la forza invenzione che non può non contraddistinguerlo. Noi proponiamo perciò una discussione aperta, autocritica, di movimento che faccia centro sulla tematica del livello medio di attacco, confrontandolo con il problema della «generalità strategica» dell’organizzazione nei suoi obiettivi, nei livelli di organizzazione di strati sociali proletari,che assuma il livello della politica come terreno diretto del dominio capitalistico e che eserciti di conseguenza una capacità pratica di demistificarlo, di rompere forze organizzate sulla base degli interessi di classe. Infine oggi noi dobbiamo aprire una discussione nel movimen- sulla tematica del comunismo. Approfondirla non in termini generici ma confrontando i livelli di contropotere che vengono esprimendosi con la possibilità di prefigurare il nostro programma.

La vittoria dell’autonomia, la nostra insurrezione nasce attraverso un’estensione del contro-potere di massa che non annulla in una centralizzazione astratta ma sviluppa in pluralismo di organizzazioni per il potere, contro il lavoro, contro l’organizzazione della giornata lavorativa, contro la morte nucleare,la liberazione del lavoro e la sua cooperante forza invenzione.

7. Autonomia operaia e autonomie proletarie. L’autonomia operaia è l’unica forza che può risolvere in sè e riorganizzare, in maniera efficace i comportamenti delle autonomie diffuse. È tempo che questo vada detto, è tempo che questo diventi un terreno fondamentale sul quale la forza espansiva del partito dell’autonomia comunista sa svilupparsi. L’avversario è unico: dopo la terribile sconfitta sull’aborto, dopo l’irrisione delle varie leggi sull’occupazione giovanile, le autonomie diffuse sono costrette dalla forza dell’avversario, dal suo odio, a ritrovarsi sull’unico terreno che può loro permettere di svilupparsi in maniera efficace e diffusa. Noi non abbiamo alcun insegnamento da dare alle autonomie diffuse: noi stessi ne facciamo parte. Non crediamo che le autonomie dif-fuse abbiano una forza di organizzazione che possa permettere loro di sostituirsi all’efficace organizzazione centrale unitaria dell’autonomia: se avessero questa forza noi stessi vi parteciperemmo. Dunque, il problema è di essere realisti ed espansivi: il problema è di capire che solo un grande sforzo di organizzazione unitaria, autonoma, ricca di pluralità e di discussione, che solo un’efficiente centralizzazione ed una capacità radicale di unire l’azione di massa e quella di avanguardia possono permettere di esistere e di riprodursi. Vincere è un problema che viene dopo: cioè viene dalla diffusione generale del contropotere nella società, viene dalla capacità di far vivere il processo rivoluzionario come processo di autovalorizzazione, come destrutturazione del potere cui corrisponde la capacità di tutte le autonomie sociali di sviluppare l’autodeterminazione. La lotta che noi conduciamo è una lotta di liberazione per tutti gli operai e i proletari. Questa lotta di tutti deve essere organizzata da tutti. Questa lotta di tutti non può vivere, contro l’unità del potere che come lotta centralizzata. Come lotta di partito. Giungiamo così al termine della nostra proposta. Noi vogliamo aprire la polemica, la lotta teorica e pratica fra le varie frazioni dell’autonomia perchè siamo convinti che la centralizzazione del movimento è matura. Questa discussione va aperta a fianco della polemica sulle Brigate Rosse: il nostro rifiuto del loro metodo è il corrispettivo della nostra fiducia nel movimento di massa, nella autonomia e nella sua forza di espansione. Ma troppe le limitazioni che, volontariamente o involontariamente, si sono poste allo sviluppo della unità centralizzata di movimento. Dobbiamo aprire una polemica costruttiva su questi temi. Al più presto. La nostra autocritica l’abbiamo fatta, attendiamo l’apertura della discussione più larga. Senza che nessuno si presenti come leader o come delegato. Discussione diretta e continua, come deve fare il grande partito dell’autonomia, l’unica moderna forma di partito che lo sviluppo della lotta di classe abbia determinato in Italia.

Da “Rosso per il potere operaio”, n.29/30, maggio 1978, pp.8-9

Padova e gli anni ’70. Gli “autonomi”: «Ora quella storia ve la raccontiamo noi»

Padova e gli anni ’70. Gli “autonomi”: «Ora quella storia ve la raccontiamo noi»

Intervista di Ivan Grozny Compasso per PadovaOggi del 19 gennaio 2020

Padova e gli anni ’70. Gli “autonomi”: «Ora quello storia ve la raccontiamo noi»

Giacomo e Piero Despali sono due fratelli sulla soglia dei settant’anni. I due non si parlavano da trenta. I loro nomi ai più diranno poco o nulla, ma hanno contribuito a scrivere una pagina di storia sempre molto discussa ma mai raccontata dai protagonisti di quei giorni. Una pagina per molti controversa e piena di ombre, che copre il periodo che va da metà anni settanta fino ai primi ottanta con l’intervento della magistratura. Una pagina che “gli sconfitti” avevano sempre lasciato in bianco e che ora hanno riempito tanto da farne un libro, in uscita il 30 gennaio edito da Derive e Approdi. 

Terrorismo e Wikipedia

Se si va ad esempio sulla pagina di wikipedia, la voce “collettivi politici per il potere operaio” è catalogata come gruppo terroristico. Se è come dice l’enciclopedia online, quelli che stiamo intervistando sono due ex terroristi? «Ha colpito molto anche me trovare quel tipo di definizione la prima volta che l’ho cercata – racconta Giacomo, il più grande dei due – quindi vuol dire che è tempo che si racconti in prima persona chi eravamo, cosa abbiamo fatto e riportare a galla l’atmosfera, le situazioni e le motivazioni dell’epoca, oltre che la repressione, le persecuzioni giudiziarie e i morti». Prende fiato e aggiunge: «Terrorismo è uccidere indiscriminatamente, terrorismo sono le stragi: le bombe sui treni Italicus o quella alla stazione di Bologna o alla Banca dell’Agricoltura. Quello è stato terrorismo». Lo spiega con calma, prendendosi il suo tempo, Giacomo. Lo farà per tutto il corso di questa intervista, circa quattro ore di risposte e spiegazioni molto dettagliate che vista la complessità del tema e la vastità di informazioni raccolte abbiamo deciso di dividere in due parti, questa la prima. «Se lo fossimo stati – prosegue Giacomo – terroristi, saremmo stati isolati, cosa che proprio non era. Agivamo in un contesto sociale ampissimo, come era l’area della sinistra del tempo. Certo, eravamo consapevoli che ci sarebbe stata la ferma risposta delle istituzioni e anche la repressione, che puntualmente è arrivata, ma erano in tanti ad essere coinvolti in questo percorso che al tempo sembrava possibile. Il contesto internazionale del tempo ci autorizzava a farlo. Se il Veneto è una regione in cui vige lo strapotere della Democrazia Cristiana, nel mondo c’è l’Unione Sovietica, la Cina di Mao, Cuba con Castro. Agli  inizi degli anni Settanta si respirava questa atmosfera tra chi si sente militante rivoluzionario per il comunismo». 

Logica collegiale

Voi non avevate dei capi a differenza di altre organizzazioni: «All’interno dei collettivi c’erano quelli con più responsabilità e quindi più esposti a rischi e quelli meno». Voi facevate certamente parte della prima categoria, ma è troppo semplicistico dire che siete voi che avete dato vita alla stagione degli “autonomi” ? «Noi siamo tra i tanti», risponde secco Giacomo. Quindi sì, rilanciamo: «La logica della leadership non ci apparteneva, un altro conto – interviene Piero – è invece assumersi delle responsabilità. Noi le abbiamo avute, maggiori e a volte più di altri, ma sempre dentro una dinamica collegiale, di condivisione di un punto di vista. Non c’era un capo, non ne avevamo bisogno». Poi fa notare: «Basta dire che per noi l’egualitarismo era una battaglia che portavamo nella società, ma concetti ad esempio come l’uguaglianza tra uomo e donna al nostro interno erano un dato già acquisito».

Come vi definireste? «Noi eravamo dei militanti rivoluzionari, molto scolarizzati. L’elemento fondamentale, per quanto riguarda il nostro percorso, è una soggettività pur giovane, che ha un alto tasso di istruzione. A quel tempo accedere agli studi era facile e anche l’Università non costava. I percorsi e le proposte formative erano molto vari. C’erano i seminari di professori come Negri, Ferrari Bravo e Bologna. La qualità di chi ci formava era di un certo livello. L’Università attirava giovani da tutta Italia. Poi però nelle università c’erano anche docenti e militanti fascisti. Erano tanti in città». In quegli anni vi scontravate nelle strade: «Sì – interviene Giacomo – ma non ci abbiamo messo molto a relegarli in via Zabarella, mentre prima giravano indisturbati in tutta la città. A quel punto l’unico luogo sicuro era la sede del MSI, che si trovava proprio in quella via. E questo tipo di percorso si vedeva. Alcuni compagni erano stati aggrediti così sono nate delle ronde che sono passate dall’intervenire in aiuto al prevenire il problema, in poco tempo». Eravate tanti, non certo una realtà marginale: «Non era un discorso solo numerico, noi vivevamo la città e il territorio. Ne eravamo parte integrante. Per questo non abbiamo mai voluto scegliere la clandestinità, perché volevamo vivere alla luce del sole la felicità del cambiamento che vivevamo o che comunque auspicavamo. Questo fino a che non è nata l’inchiesta Calogero col suo teorema. Non eravamo in un ghetto, dietro c’era un humus sociale e culturale che coinvolgeva tutti gli strati sociali della città. I ceti di provenienza erano variegati. La città era coinvolta, c’era un radicamento vero, sociale. Per questo abbiamo tenuto anche sul piano processuale, al contrario di realtà analoghe in altre città. Perché siamo rimasti uniti. Nell’epoca del pentitismo e della dissociazione, gli strumenti che lo Stato usava per colpire i movimenti, noi non abbiamo scelto né l’una e neppure l’altra». I Despali hanno passato gli ultimi due anni e mezzo a rileggere tutti gli atti dell’inchiesta del giudice Calogero, compresi gli interrogatori.

Il giudice Calogero

«Per Calogero è stato fondamentale l’aiuto con testimoni e strumenti politici della federazione di via Beato Pellegrino del PCI. Per quel partito è intollerabile la presenza di qualsiasi realtà che stia alla sua sinistra. Il PCI è dal ’68 che faceva fatica a leggere la realtà delle fabbriche e men che meno le istanze giovanili. Per loro eravamo quindi una grana». E Calogero? «Lo convincono che Padova è “la centrale” che mette in pericolo la democrazia. Lui ci crede con un atteggiamento direi fanatico. In quella fase politica in città il radicamento dei collettivi politici e del movimento rivoluzionario era molto forte. Sono gli anni in cui il partito di Berlinguer lavora per mettere in atto il compromesso storico». Lo racconta tutto di un fiato: «E’ anche da Padova che parte la voce che i telefonisti delle BR che parlano con la famiglia di Aldo Moro fossero il giornalista de l’Espresso Pino Nicotri e il professor Toni Negri. La voce di Negri è inconfondibile, impossibile confondere lui con qualcun altro o viceversa». E chi dice di riconoscere queste voci e le distingue? «Un assistente di matematica a Ingegneria, Renato Troilo che del PCI faceva parte, dice di riconoscere la voce di Pino Nicotri, cosa che non è assolutamente vera». Poi Piero Despali,  fa un passo indietro: «Nel 1976 Calogero processa trentatre fascisti a Padova e alcuni di noi, forse con un po’ di leggerezza, chiamati a testimoniare contro gli imputati, ci vanno. E’ nella logica che contro i fascisti vale tutto – sottolinea con un sorriso sarcastico ma non troppo compiaciuto – così Calogero comincia a raccogliere informazioni su di noi e allo stesso tempo si costruisce una certa fama». 

La CIA

Però voi sorridete quando si accenna a teorie su complotti e “grandi vecchi” che dirigono masse e sistemi: «Magari ci fosse stata una grande organizzazione alle spalle, magari internazionale – scoppia in una grande risata Giacomo – invece non è affatto così. E vale lo stesso per la nostra vicenda processuale». Interviene di nuovo Piero, che con tono questa volta molto sarcastico ma non per questo meno serio, dice: «Ma certo che ci credeva Calogero e ha fatto di tutto per dimostrare la sua tesi. Che non stava in piedi, certo. Ma questo perché il giudice Calogero non aveva gli strumenti per comprendere i movimenti. Utilizzava degli schemi con l’approccio di un maniaco sulla preda più che quello di uno che vuole accertare dei fatti. Credeva che fossimo pagati dalla CIA», sottolineato con una risata.

Disegno di Claudio Calia raffigurante Ivan Grozny Compasso

Violenza politica

E’ raro che i due si lascino andare ad entusiasmi, ma le poche volte in cui ridono non è mai per vero divertimento ma solo a sottolineare paradossi. Come quando chiediamo ingenuamente come si può raccontare a chi è nato negli anni Zero quel periodo, quel modo di stare in piazza fatto anche di scontri, di molotov e di colpi d’arma da fuoco. Oggi si giudica più il modo di stare in piazza che i contenuti e le rimostranze che si vogliono evidenziare, dalle “sardine” alla fiaccolate per intenderci: «Com’è cambiato il mondo, una volta in strada si alzava in alto il pugno in segno di lotta, oggi si avanza con le mani alzate – ci scherza su, Giacomo – ma è impossibile rapportare la realtà attuale a quella di quegli anni». Sottolinea Piero: «Non si possono paragonare le due epoche. Ai tempi la cosiddetta “illegalità di massa”, come ad esempio le occupazioni o gli espropri proletari,  era molto praticata e diffusa. La violenza politica era vista come una possibilità in risposta alla violenza delle istituzioni, alle carceri o ai pestaggi nelle caserme e nelle questure. Ma non c’entra nulla con l’omicidio politico che noi abbiamo sempre rifiutato. Non per questo non sapevamo da che parte stare. Non si può valutare quell’epoca usando gli strumenti interpretativi che si utilizzano per comprendere il tempo presente, come ci fosse una continuità. Per questo nel libro descriviamo e entriamo nel dettaglio perché non è solo il contesto ma la complessità di quel tempo che è indispensabile comprendere se si ha davvero voglia di capire. Soprattutto per un padovano, poi si può apprezzare oppure no, ma c’è l’opportunità per la prima volta di sentire raccontare quella storia da dentro e non come è stata vista, interpretata e giudicata solo attraverso un tipo di narrazione assolutista e pregiudizievole».

Lega 

Il racconto di una sconfitta: «Certo sì, il racconto di una sconfitta. Ma noi raccontiamo tutto nel libro, proprio tutto. E a pensarci oggi, questo sì, non è andata bene neppure per i vincitori di allora. Guarda caso oggi vola la Lega, la cui nascita coincide proprio con la chiusura dell’esperienza dei collettivi politici veneti».

Tratto da: http://www.padovaoggi.it/attualita/padova-anni-70-autonomi-raccontano-collettivi-politici-potere-operaio-padova-19-gennaio-2019.html

Padova e gli anni ’70: affinità e divergenze tra Autonomia Operaia e Brigate Rosse

Padova e gli anni ’70: affinità e divergenze tra Autonomia Operaia e Brigate Rosse

La seconda parte dell’intervista ai fratelli Despali, protagonisti assoluti delle vicende degli anni Settanta che hanno dato vita agli “Autonomi”. Il 30 gennaio esce il loro libro che racconta nei dettagli le vicende di quegli anni“

Intervista di Ivan Grozny Compasso per PadovaOggi del 26 gennaio 2020

A pochi giorni dall’uscita de “Gli Autonomi, storia dei collettivi politici per il potere operaio”, nelle liberie dal 30 gennaio, ecco la seconda parte dell’intervista ai due fratelli Despali, protagonisti assoluti di una vicenda che ancora oggi divide. Farci raccontare la storia degli anni Settanta secondo il punto vista dei protagonisti è una occasione che non potevamo davvero lasciarci sfuggire. Ma cosa animava tanti giovani in quegli anni cosa era il sogno che si andava inseguendo: «L’unità dei comunisti – lo spiega Giacomo Despali – non era un sogno. In diversi Paesi si è dimostrato che è una cosa che poteva succedere. Non un’utopia, non un sogno ma una possibilità concreta. Oggi mi rendo conto che è difficilmente comprensibile ma allora questo si cercava. Si agiva tutti all’interno di una stessa area politica ma c’erano pratiche e differenze organizzative tra le varie realtà. Strutturarsi come collettivi, nel nostro caso, è stata una scelta politica e organizzativa».

L’intervista

«Ci strutturiamo, non si può lasciare al caso nulla. Diventa indispensabile rafforzare i rapporti interni, sapere sempre chi si ha a fianco», spiega Giacomo. Un aspetto che permetterà ai collettivi padovani di rimanere sempre uniti, anche a fronte di divisioni che invece investono tante realtà simili in tutta Italia. «Per riuscire davvero a determinare un progetto maturo di cambiamento che mette insieme tutti coloro che agivano all’interno dell’area comunista era l’unica possibilità per cambiare un Paese come il nostro. Serviva non solo la lotta ma anche il ragionamento, l’analisi, il confronto. Una crescita collettiva che esclude il nascondersi o la clandestinità ma che ha bisogno di essere condivisa pubblicamente». Questo metodo organizzativo e questa scelta politica si rafforza ancora di più dopo l’episodio di Ponte di Brenta.“

piero despali disegnato da claudio calia per padovaoggi

Un episodio che segna la vita di un giovanissimo Piero Despali che in quel momento ha solo 22 anni. La mattina del 4 settembre 1975, verso le dieci e trenta, alla periferia di Ponte di Brenta una pattuglia della polizia stradale ferma una Fiat 128 per un controllo. Nell’auto vi sono due giovani, Carlo Picchiura e Piero Despali. I due si conoscono ma Despali  non sa che Picchiura ha scelto da qualche giorno di entrare nelle Brigate Rosse e di conseguenza in clandestinità. Si incontrano quasi per caso, Despali è vicino casa sua senza documenti e in ciabatte. Picchiura lo vede, lo fa salire in auto dove cominciano una conversazione. I due si conoscono da molto tempo. Così quando li fermano, è il primo dei passaggi forti della prima parte del libro, Picchiura pur non essendo ricercato, reagisce. Ne nasce una sparatoria in cui perde la vita l’appuntato Antonio Niedda, che rimane ucciso. Despali rimane sorpreso mentre le pallottole gli fischiano sopra la testa. Con l’arrivo di altre pattuglie, Picchiura e Despali vengono arrestati. La posizione di Despali viene in poco tempo chiarita. Despali viene arrestato e massacrato di botte in questura e passa un mese in isolamento, dopodiché viene scarcerato.“

«Nel 76 – racconta Giacomo – il progetto cresce e oltre al coinvolgimento degli studenti è forte anche la componente operaia. Negli anni poi aumenta sempre più il numero di giovani che scelgono di venire a studiare a Padova proprio per vivere questo tipo di esperienza». Pratiche e idee si diffondono tanto che nascono collettivi in tutta Italia. Nel 1977 c’è l’omicidio di Francesco Lorusso, ucciso da un proiettile sparato da un carabiniere di leva: «E’ chiaro che a quel punto ci si chiede se è ancora giusto che a sparare sia solo lo Stato. E i giorni successivi a Bologna, e soprattutto la manifestazione nazionale di Roma, hanno mobilitato centinaia di migliaia di persone, armate, per le vie del centro della Capitale. Giacomo cita il brigatista Mario Moretti per puntualizzare un aspetto: «Lui dice che del “movimento del ‘77” non ci ha mai capito un cazzo, io dico che si vede. Infatti loro non hanno saputo comprendere cosa stava accadendo fuori dalle fabbriche». Le BR in quell’anno rapiscono e uccidono. «Noi ci domandiamo cosa vuol dire usare la forza – interviene Piero che racconta un episodio accaduto a Padova – se penso a quanto successo al Portello nel maggio del 1977 dove abbiamo di fatto riprodotto situazioni che stavano accadendo a Milano e Roma. Quel giorno abbiamo messo in campo un sacco di iniziative, le più diverse. Abbiamo bloccato le strade, fatto espropri nei supermercati. Gli scontri a quel punto sono stati inevitabili e durissimi. Quattro compagni furono arrestati». Quell’anno comincia l’inchiesta del giudice Calogero che porterà agli arresti del 7 aprile 1979 e proseguirà con gli arresti dell’11 marzo 1980. Calogero e il suo teorema che descrive Padova come la centrale del terrorismo in Italia. Nella vicenda giudiziaria si incrociano anche le vite di due giudici, Calogero ovviamente ma anche Palombarini.“

«La lettura di Palombarini, che è quello che ci manda a giudizio – racconta Piero – si differenza da quella di Calogero, proprio nell’impostazione. Calogero sostiene una serie di puttanate, cioè che ogni realtà rivoluzionaria agisce sotto una unica regia, che Toni Negri è capo delle Brigate Rosse. Cose che non stanno né in cielo né in terra». Tra gli Autonomi e le Br c’erano visioni assolutamente opposte. Già l’idea di clandestinità cozza con lo stile di vita, «noi vivevamo, ci divertivamo, non ci nascondevamo affatto. Non era sacrificio la lotta politica, tutt’altro». Pur non usando dei riferimenti diretti fanno intendere non solo una visione del mondo ma anche dell’intendere le battaglie sociali. La sparatoria di Ponte di Brenta ci dice che i militanti politici in quegli anni si conoscevano tutti anche se appartenenti ad altri gruppi. Erano ragazzi e ragazze molto giovani che avevano spesso condiviso gli studi, quindi incontrarsi non era insolito. «Noi nel libro raccontiamo anche delle gambizzazioni ma mai abbiamo accettato il concetto e la pratica dell’omicidio politico. Ovvio che pensato oggi sembra tutto assurdo. Ma non si può davvero paragonare i due periodi. Più che contestualizzare bisogna capire quello specifico momento del Novecento che aveva un certo tipo di caratteristiche. Se lo rapportiamo ad oggi facciamo una operazione davvero sbagliata».

Palombarini, giudice istruttore è contraltare di Calogero, sostiene che i collettivi, la loro struttura, sono sì banda armata ma che non c’era nessuna regia al di fuori del contesto territoriale in cui agivamo. Anche Palombarini fa una forzatura per far passare la sua tesi, sorvolando anche su limiti di tipo giuridico». L’arresto di un giovane, Andrea Mignone, fa precipitare le cose dal punto di vista della repressione. La sua casa viene perquisita e non viene trovato nulla. Mignone però sa che in casa sua ci sono delle armi, non dice nulla agli inquirenti ma avverte il padre che invece di farle sparire lo denuncia ai carabinieri. «Una vicenda che investe anche la moglie dell’arrestato Miriam, che è uno dei miei grandi dolori – racconta Piero visibilmente toccato – perché questa ragazza sarà dopo additata da tutti come una infame perché si pensa sia stata lei a mettere gli inquirenti sulle tracce delle armi. Mentre invece lei non ha nessuna responsabilità. Quello che subisce, ed è stata anche troppo forte a resistere a una situazione in cui non solo veniva isolata ma caricata di responsabilità che sicuramente non aveva, è tremendo, tanto da portarla a togliersi la vita. Una tragedia di cui siamo tutti responsabili e che si poteva cercare di evitare. Un peso che è difficile togliersi».

«Sono le nuovi generazioni che devono trovare la nuova via, ognuno ha la propria storia. basta che non siano i preti però la risposta. Non può essere Bergoglio il punto di riferimento. Questo è un po’ troppo. Una figura suggestiva, una brava persona ma è il Papa, rappresenta un potere con le sue contraddizioni interne che nascono dalla preoccupazione della sua sopravvivenza di fronte a cambiamenti epocali. Pensiamo al fenomeno dell’immigrazione, in una Europa a maggioranza laica se non atea, la Chiesa è chiaro che guarda a queste persone con interesse. E’ la forma missionaria attualizzata ai giorni d’oggi. Ovvio che di fronte a tanto razzismo la carità sembra rivoluzionaria». La fine della vostra esperienza coincide con la nascita della Lega, un caso? «Bisogna non dare il pesce, ma insegnare a pescare, è uno dei tanti slogan che fece suo Umberto Bossi trasformandolo però in una parola d’ordine razzista. Anche noi dicevamo che bisognava cambiare e costruire a casa propria, prendere in mano il proprio destino. Una volta erano concetti di sinistra mentre oggi si sono trasformati in parole d’ordine razziste e in slogan di destra. Questo mentre dall’altra parte quello che era per noi ciò che andava combattuto è diventato oggi il riferimento, il punto di vista. E’ proprio cambiato il mondo e adesso è chiaro che tutto è ancora più difficile». Una curiosità che mi è venuta subito dopo aver finito il libro è sapere perché non vi siete parlati per trent’anni. Come mai Giacomo? «Non sono affari tuoi». Interviene Piero che finalmente si è rilassato e cerca un contatto fisico con chi lo sta intervistando. Ridendo questa volta davvero divertito, batte sulla spalle del suo interlocutore e dice: «Sono cazzi nostri, certo».

Tratto da: http://www.padovaoggi.it/attualita/padova-anni-70-affinita-divergenze-autonomia-operaia-brigate-rosse-padova-26-gennaio-2019.html